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La ricostruzione

Femmincidio di Lorena Isceri: la rottura dopo il viaggio in Grecia, i messaggi e l'agguato mortale

di Redazione Firenze

	Federico Vella e Lorena Isceri
Federico Vella e Lorena Isceri

Negli appartamenti dei due sono stati trovati lettere e biglietti che ora sono al vaglio della polizia scientifica

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FIRENZE. Nel reel di luglio e nell’ultimo del 12 agosto Federico Vella ha montato una vita che non esisteva più. Naxos, Koufonissi, le spiagge, un mulino a vento nel tramonto, loro due stretti in costume. Sotto la supplica: «Una sola ultima possibilità». E la frase con cui ammette di averla persa «per la mia stupidità». Lorena Isceri aveva già cominciato a uscire da quella storia. Lui continuava a rimetterla insieme sullo schermo, fotogramma dopo fotogramma, come se bastasse riordinare i ricordi per cancellare la scelta di lei.

Si erano conosciuti due anni prima nella palestra di Novoli, che entrambi frequentavano dopo il lavoro. Lei, 45 anni, marketing manager alla Dechra, azienda farmaceutica veterinaria; lui, 36, impiegato alla Program Autonoleggio di via Pratese. Nell’ultimo anno, hanno raccontato madre e fratello alla Squadra mobile, il rapporto era diventato conflittuale. Federico sempre più ossessivo, possessivo, geloso. In palestra appariva misurato, riservato, quasi freddo; si allenava da solo e anche Lorena faceva lo stesso. Qualcuno impiegò mesi a capire che fossero una coppia. Una facciata.

La rottura arriva in agosto, dopo il viaggio in Grecia. Secondo una ricostruzione emersa ieri, Lorena avrebbe scoperto un tradimento di lui e avrebbe chiuso. Sul viadotto Vella rovescerà invece la storia, gridando agli agenti: «Mi ha tradito, mi ha trattato male, mi ha aggredito». Prima, dopo la separazione, aveva continuato a cercarla e a inviarle messaggi. Lei era tornata a Squinzano, in Salento, anche perché aveva paura. Riparte per Firenze il 28 agosto. Sei giorni dopo lui si nasconde nel suo garage sotto casa.

Samanta, un’amica, ha raccontato di averla supplicata di denunciarlo. «L’avevo avvisata che l’avrebbe aspettata sotto casa». Un altro amico ha raccontato alla polizia che temeva perfino di farsi vedere con Lorena, per paura di provocare la reazione di Vella. Eppure negli archivi non c’erano denunce né segnalazioni. Lei diceva che ne sarebbe uscita da sola. Non voleva danneggiarlo. Giovedì pomeriggio Federico si intrufola nel garage seminterrato di via Panciatichi. Copre con il nastro adesivo le cellule fotoelettriche del portellone, così la porta resta aperta. Ha con sé fascette da elettricista e altro scotch. Aspetta. Quando Lorena rientra e parcheggia, la aggredisce: potrebbe averla colpita alla testa con un pugno o averle fatto urtare il capo contro il muro, un punto che gli accertamenti dovranno chiarire. Lei perde conoscenza. Vella le lega polsi e caviglie, la chiude nel bagagliaio della sua stessa auto e parte verso l’A1.

Nel buio Lorena si riprende. Nella borsa, caricata insieme a lei, trova il cellulare e chiama il 112. La telefonata dura circa venti minuti. Racconta di essere stata rapita, prova a far capire dove si trova. Poi la voce di lui entra nella registrazione: «Cosa stai facendo?». Sul viadotto Lora, a Barberino del Mugello, Federico la tira fuori dal bagagliaio e la getta nel vuoto. Alle 14.45 pubblica la storia «ADDIO A TUTTI». Poi scavalca il guardrail. Per una decina di minuti documentati nel video, una poliziotta e i vigili del fuoco si inginocchiano e gli chiedono di fare un passo dentro. Lui ripete di non avvicinarsi. Infine si lascia cadere. Nella palestra di Novoli e nella società di autonoleggio resta l’incredulità.

«Una tragedia inspiegabile», dicono i colleghi. Un compagno di allenamento ricorda un uomo composto, selettivo, che rifiutava gli inviti fuori. L’arcivescovo Gherardo Gambelli parla di una «mentalità di possesso e sopraffazione» da scardinare. A Squinzano il sindaco Mario Pede annuncia il lutto cittadino e descrive Lorena come una dirigente dedita allo studio e al lavoro, figlia di una famiglia conosciuta e stimata.

La madre arriva da Squinzano con il figlio e la sorella, entra nel palazzo di via Panciatichi dove tutto è cominciato. Il volto pallido, gli occhiali scuri. L’aveva sentita alle 10.30: «Era tranquilla». Poi racconta ciò che Federico aveva saputo nascondere agli altri e che gli amici di Lorena avevano già cominciato a temere: «Aveva paura. Non l’ha denunciato perché non voleva rovinargli la vita».

Negli appartamenti dei due sono stati trovati lettere e biglietti che ora sono al vaglio della polizia scientifica.

 

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