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Carceri in Toscana senza più celle libere? Il Dap: «Mettete materassi a terra». ll sindacato: «Follia pura»

di Mario Neri
Carceri in Toscana senza più celle libere? Il Dap: «Mettete materassi a terra». ll sindacato: «Follia pura»

Dopo i sequestri delle sezioni a Sollicciano, la direttiva del provveditore toscano. Per i problemi di capienza, da Firenze a Massa, suggerite «sistemazioni di fortuna». La Uil Fp polizia penitenziaria: «Soluzione surreale, è pura follia»

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FIRENZE Il posto non c’è, il letto nemmeno. Resta il pavimento. Nelle carceri toscane schiacciate dal sovraffollamento e dalla chiusura di sette sezioni di Sollicciano, la soluzione indicata dal Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria ai direttori degli istituti è scritta in una direttiva che sembra il rovescio della rieducazione: se arrivano nuovi arrestati o fermati e non ci sono celle disponibili, vanno accettati comunque. Si usino tutti gli spazi. In via estrema e provvisoria, anche brande o materassi a terra.

La formula burocratica dice «sistemazione di fortuna». Dentro ci sono camere detentive già piene, corridoi dove ogni metro è diventato contabilità penitenziaria, agenti chiamati a gestire l’ingresso di persone che nessuno sa più dove mettere. Il documento nasce da una constatazione: sempre più spesso, quando un nuovo arrestato arriva in carcere, le direzioni rispondono che i posti sono finiti. Il provveditorato ammette di non poter più garantire il rispetto delle capienze ordinarie. E ordina di aprire comunque.

È l’effetto a catena del terremoto Sollicciano. Il 16 giugno il gip di Firenze ha sequestrato sette sezioni del carcere fiorentino per le condizioni igienico-sanitarie delle celle e gli impianti a rischio. Tre sezioni del giudiziario maschile, tre del penale maschile e l’Accoglienza. Un provvedimento mai adottato prima per una prigione italiana, nato dai reclami dei detenuti su infiltrazioni, muffa, intonaci scrostati, cimici e animali infestanti. Da lì dovevano partire circa 230 detenuti, con trasferimenti a scaglioni. Dopo i primi 66, spiega la Uil Fp polizia penitenziaria, i successivi 44 attesi entro fine giugno sono rimasti ancora a Firenze.

La ragione è sempre la stessa. Non c’è capienza.Sollicciano era già oltre il limite prima dei sigilli. Ad aprile ospitava 576 detenuti a fronte di 502 posti regolamentari, ma 136 posti non erano disponibili. La capienza reale scendeva a 366 e il sovraffollamento effettivo superava il 150 per cento. In quel carcere, pochi giorni fa, un detenuto di 75 anni, cardiopatico ed emiplegico dopo un ictus, è morto dopo dieci giorni di detenzione. Secondo l’Asl, il caldo ha inciso su un arresto cardiaco da stress. Ora quella pressione si sposta sugli altri istituti. Prato, Pisa, Livorno, Lucca, Massa, Porto Azzurro, Gorgona. Celle già sovraccariche che dovrebbero assorbire nuovi ingressi e detenuti in uscita da Firenze. La Dogaia di Prato, una delle destinazioni dei trasferimenti, è a sua volta sotto pressione, indicata più volte dalle inchieste come luogo di traffici, violenze, droga, telefoni e ricatti interni. Il sistema gira su se stesso. Chiude una sezione e riempie una cella altrove.

Eleuterio Grieco, segretario regionale della Uil Fp polizia penitenziaria, parla di «follia pura». Definisce «surreale» la possibilità che i detenuti dormano per terra su disposizione dell’amministrazione. Richiama «dignità umana e salute, diritti costituzionalmente tutelati», e invita i direttori a non accettare persone se i posti non ci sono. Chiede anche l’intervento dell’autorità giudiziaria per verificare quella che considera una violazione premeditata dei diritti umani.Il nodo riguarda pure gli agenti. Ogni sistemazione improvvisata diventa una responsabilità operativa per chi lavora nei reparti, firma registri, accompagna detenuti, gestisce tensioni e convivenze forzate. Lo stesso decreto 81 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro era entrato nell’inchiesta di Sollicciano. Il carcere è luogo di pena (e rieducazione, dice la Carta), ma anche fabbrica di turni, presidi, ambulatori, cucine, sezioni.

La direttiva promette che, ricevuta la comunicazione della sistemazione provvisoria, il provveditorato individuerà una soluzione nello stesso istituto o in un carcere limitrofo con capacità residua registrata in giornata. È l’ultima parola tecnica di una crisi che non ha più spazio fisico. Un arrestato entra. Una direzione segnala il pieno. Qualcuno cerca un angolo. Poi arriva il materasso.
 

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