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Urbanistica a Firenze, Funaro ora sfida i salotti: “I nobili vengano in periferia”

di Mario Neri
Urbanistica a Firenze, Funaro ora sfida i salotti: “I nobili vengano in periferia”

La giunta rivendica i cantieri parlando di riscatto sociale. E ora la sindaca sfodera la retorica della sinistra "urban" americana. Ma tra richieste di stop, difese istituzionali e timori accademici, il tema è ormai il terreno dello scontro cittadino

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FIRENZE Nella città dove anche le pietre ormai discutono di urbanistica, è scoppiata la guerra dei mondi: da una parte i nobili, i comitati, gli allarmati permanenti; dall’altra Palazzo Vecchio e la Regione, che non hanno alcuna intenzione di suonare la ritirata. Moratoria? Grazie, ma no. Al massimo qualche ritocco, una limatina, un’aggiustatina di tiro. La linea è questa. Ma che siano i ricchi, i nobili, gli esimi lombi, giovin o meno giovin signori dell’aristocrazia fiorentina un po’ decaduta a dettare la linea sugli sviluppi luminosi e progressivi di Firenze, anche no.

Sara Funaro, che di questi tempi si trova a governare una città in cui ogni gru diventa un caso politico, ha scelto una controffensiva tutta ideologica (nel senso che un tempo aveva la parola, non quello deteriore e parziale in voga oggi) e anche un po’ narrativa. Ai firmatari della petizione contro il progetto delle ex Officine Grandi Riparazioni ieri ha risposto invitandoli a discutere non tra stucchi e affreschi ma in via Baracca, quartieri Novoli e Piagge, dove, ha ricordato, «non esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B». I nobili, ha detto, li «inviterei a un’assemblea in via Baracca, insieme a me e al presidente del Quartiere per ascoltare direttamente cosa ne pensano i residenti».

Traduzione: prima di parlare della Firenze che cambia, venite a vedere quella che per decenni è rimasta ferma. Posate la tazzina del tè, venite a mangiare la polvere (e i berci) di chi non aspetta che la trasformazione. Come se Novoli fosse da liberare dalla miseria come Cuba.

È qui che la giunta rivendica il senso dei progetti urbanistici: tramvie, scuole, infrastrutture, edilizia sociale. Non speculazione, ma riscatto. Una parola che torna spesso, quasi fosse il titolo di un manifesto politico. Perché Sara ora sembra un po’ Alexandria ed Eugenio somiglia a Bernie, e se Ocasio-Cortez s’è fatta le ossa a difendere gli ultimi del Bronx, Funarez adotta uno stile urban e insieme a Giani Sanders (c’è dell’occasione) ora grida alla redenzione delle classi popolari e del melting pot delle periferie.

Insomma, per difendere le scelte politiche (pure del passato) sindaca e governatore invocano i diritti dei "poveri", la categoria che per anni è costata al Pd valanghe di voti e con cui non sembra mai davvero aver riallacciato la connessione sentimentale e programmatica.

In effetti in questa ricerca di palingenesi delle periferie c’è qualcosa che ricorda certe liturgie progressiste d’oltreoceano: la politica che si rilegittima parlando degli ultimi, anche mentre inaugura cantieri da milioni. Il problema, naturalmente, è che Firenze nel frattempo cambia davvero. E cambia in fretta. Il Cubo nero, la Manifattura, le partite aperte su San Gallo, gli studentati sempre più somiglianti a resort per universitari globali: un mosaico che, messo insieme, alimenta il sospetto di una mutazione più che di una semplice trasformazione. Non solo espulsione silenziosa dei residenti, ma anche un salto competitivo che rischia di rendere la città meno abitabile per chi non ha rendite o stipendi internazionali.

L’ultimo a dirlo, con toni preoccupati, è stato il mondo accademico: il caro alloggi - lo ha metaforicamente gridato la rettrice Alessandra Petrucci - comincia a pesare perfino sull’università, rende meno appetibile l’ateneo. In questo clima si è inserita la protesta delle famiglie storiche (i nobili a cui da Palazzo Vecchio da tre giorni è tutto un riservare frecciatine), che chiedono lo stop alle ex Ogr (30 milioni di finanziamenti) e alla nuova strada lungo il Fosso Macinante, seguite a ruota dai comitati che invocano il «cessate il fuoco urbanistico». Un’espressione che sembra presa in prestito da altri fronti, ma che rende bene l’idea della tensione.

Eugenio Giani, più pragmatico, ha difeso soprattutto la nuova arteria: meno traffico, più trasporto pubblico, via Baracca che respira. Niente crociate, ha lasciato intendere, ma nemmeno il gusto di dire no a tutto, come farebbe un qualsiasi comitato Nimby.

Sul fondo resta anche lo scontro politico. Il centrodestra chiede che la sindaca riferisca in Consiglio comunale e ironizza sul vertice convocato domenica a porte chiuse a Palazzo Vecchio per fare il punto sull’urbanistica. «Quando c’è da parlarsi tra loro, la sindaca c’è. Quando invece c’è da riferire ai fiorentini nelle sedi istituzionali, in Consiglio comunale, troppo spesso non c’è», punzecchiano i consiglieri dei gruppi di Fdi, lista Schmidt, Fi, Lega e Noi Moderati. La maggioranza replica parlando di responsabilità e di scelte necessarie per una città complessa. Anche questa, una deriva narrativa.

Così Firenze si ritrova a discutere del proprio destino con una certa aria da commedia brillante, dove però la posta in gioco è molto alta. Da una parte la promessa di una città più moderna e più equa; dall’altra la paura che, sotto la parola rigenerazione, si nasconda una trasformazione irreversibile. E mentre architetti, comitati, nobili e politici continuano a confrontarsi e scontrarsi, la città vera - quella che prende l’autobus, che cerca casa, che resta in coda in via Baracca, appunto - aspetta di capire se il futuro che le stanno costruendo addosso sarà davvero migliore o semplicemente più costoso

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