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Navette e disagi (ma non troppi): così Ponte al Pino a Firenze rallenta l’Italia – Il racconto della giornata

di Mario Neri
Alcune immagini della giornata di sabato a Firenze
Alcune immagini della giornata di sabato a Firenze

La città ascolta gli appelli e il traffico regge nonostante lo stop. Passeggeri costretti ai pullman fra stazioni, Frecce rallentate, coincidenze perse e turisti sotto la pioggia

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FIRENZE. Alle 15.05 un Frecciarossa da Roma arriva a Campo di Marte in leggero anticipo e al binario sbagliato. La stazione, che di solito è una parentesi laterale della città, diventa il centro del Paese. Gli addetti corrono da un marciapiede all’altro, i passeggeri scendono con l’aria di chi non sa se deve cercare un treno o un’uscita, e sotto la pioggia i trolley iniziano la loro lenta processione verso le navette. È qui, in questo cambio di binario improvviso e in questa corsa breve ma simbolica, che cominciano le 24 ore in cui l’Alta velocità si ferma a Firenze e l’Italia, per modo di dire, resta divisa in due. Con i super treni che diventano lumache, con il mito del viaggio flash sui binari che si fa pellegrinaggio, lenta transumanza per “colpa” del capoluogo toscano. Quasi 6 ore tra Roma e Milano. Otto-dieci ore tra Torino e Napoli. Perché è qui che c’è da sostituire il Ponte al Pino. Dopo anni di rinvii, è arrivato il momento di sanare la cicatrice.

Il blocco della circolazione tra Firenze Campo di Marte e Firenze Rifredi scatta come previsto alle 15 e durerà fino alle 15 di oggi, 25 gennaio. Motivo: i lavori al cavalcaferrovia di Ponte al Pino, dove nel pomeriggio viene posata una passerella pedonale provvisoria. Nella notte, le prove di carico, poi la riattivazione della rete. Sembra un intervento tecnico, quasi chirurgico, e invece è un rito collettivo: scendere, trasbordare, risalire. Con tempi di percorrenza che si allungano e un Paese che, per un giorno, si scopre fragile quanto un nodo ferroviario.

A Campo di Marte c’è un ampio spiegamento di volontari e personale di Trenitalia, Rfi e Ntv. In tanti non chiedono davvero “informazioni”, chiedono una conferma: «Sono nel posto giusto». Un volontario lo sintetizza con una frase asciutta: «Chiedono una conferma, più che altro». La campagna informativa ha funzionato, e infatti i viaggiatori sono meno del previsto: offerta dei treni ridotta del 50%, capienza contingentata, italiani prudenti, qualche pendolare rassegnato e parecchi stranieri che stanno imparando, in diretta, che la geografia ferroviaria non coincide sempre con quella turistica.

La pioggia però è democratica e bagna tutti. L’attesa del bus è all’aperto e il gazebo della Protezione civile arriva solo dopo le 15. Quando si apre la porta della prima navetta, i dubbi non sono tanto sulla destinazione, ma sulle categorie: in teoria salgono solo i passeggeri dell’alta velocità, poi arriva il “via libera” anche per chi deve andare a Rifredi o prendere un regionale. Alle 15.25, dei primi sei pullman per Rifredi ne parte con viaggiatori a bordo solo uno: «Una ventina scarsi», raccontano gli addetti. La scena è quasi surreale: un’operazione gigantesca, una macchina organizzativa massiccia, e dentro la macchina pochi corpi, poche valigie, poche facce. Ma basta un disallineamento, un orario che slitta, una coincidenza che scappa, per farla diventare un’odissea.

Due passeggeri diretti a Padova raccontano che «era tutto programmato» e che i tempi si allungano di «un’ora e un quarto». Un uomo si agita, poi si rasserena: «Rischio di perdere un volo». Una coppia di anziani, invece, scopre la notizia troppo tardi: arrivano da Losanna a Santa Maria Novella, trovano lo schema capovolto e commentano amaro: «Il bus ci ha lasciato lontani». I più smarriti sono i turisti diretti in centro: la navetta non è all’uscita della stazione ma a qualche centinaio di metri, e così sotto l’acqua si forma una lenta processione di trolley lungo viale Mazzini. Qualcuno taglia corto e prende un taxi: la modernità, quando si inceppa, torna sempre a chiedere aiuto a quattro ruote private.

Intanto il Ponte al Pino è chiuso già da venerdì sera al traffico di veicoli e pedoni e lo resterà fino alle 5 di lunedì 26 gennaio. È un altro pezzo di questa prova di sopportazione civile: Firenze che deve scavalcare se stessa senza il suo snodo. Le alternative sono due cavalcavia – Cure e piazza Alberti – e per ora «la viabilità regge», dice la sindaca Sara Funaro nel pomeriggio, ringraziando i cittadini e ricordando che «sono lavorazioni complesse, ma necessarie». Regge nonostante la pioggia e nonostante alle 18 si giochi Fiorentina-Cagliari al Franchi, a due passi: tifosi che si muovono in anticipo, strade che per un pomeriggio scorrono quasi normalmente, come se la città avesse accettato la consegna: oggi si sopporta.

Sul lato di via Pacinotti, intanto, una piccola schiera di curiosi assiste al montaggio della passerella sospesa in aria dalla gru. È la fotografia perfetta di questa giornata: un ponte che si prepara a essere sostituito e un passaggio provvisorio che cala dal cielo per consentire alla vita di attraversare la ferrovia mentre la ferrovia si ferma. Andrea Esposito di Rfi riassume: «Oggi è andata bene… domani alle 15 (oggi, ndr) saremo in piena sicurezza». Ma aggiunge subito ciò che tutti pensano: questa è soltanto “la prima fase” e in estate arriverà la parte vera, quella pesante. Circa 100 giorni di chiusura del ponte stradale, e per i treni uno stop complessivo di poco più di sette giorni, diviso in due tranche: 96 ore a inizio luglio e altre 80 nell’ultima decade.

Per ora, però, il Paese è qui: tra Campo di Marte e Rifredi, cucito con autobus scortati dalla municipale, che passano anche col rosso per non far saltare le coincidenze. E Firenze, che sembra funzionare meglio del previsto, sa già che il vero test non è la pioggia di gennaio. È l’estate, quando l’eccezione diventerà abitudine e il ponte, davvero, non ci sarà più.

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