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Sollicciano, i motivi e il racconto della rivolta in carcere: dal suicidio di un 20enne alle fiamme nelle celle

di Paolo Nencioni

	Il carcere di Solliciano
Il carcere di Solliciano

Ore di tensione, tra urla e il pericolo di fuga: appiccati incendi nella struttura: forze di polizia e pompieri al lavoro

04 luglio 2024
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FIRENZE. «Siamo detenuti, non siamo animali! Ci trattano come cani, ci danno cibo di merda, siamo pieni di cimici, nelle celle ci sono i topi, aiuto!». Il sole sta calando dietro al carcere di Sollicciano ma quella che inizia nel tardo pomeriggio di giovedì 4 luglio promette di essere una notte di fuochi, quelli appiccati alle finestre delle celle dai detenuti in rivolta dopo che si è sparsa la voce che un loro compagno di appena 20 anni, originario della Tunisia, si è tolto la vita impiccandosi.

L’ennesima tragedia dietro le sbarre

Sarebbe il numero 53 dall’inizio dell’anno, secondo i sindacati della polizia penitenziaria che tengono il conto dei suicidi e che proprio ieri mattina aveva aggiornato l’elenco con un altro ventenne, egiziano, che si è tolto la vita il 27 giugno nel carcere di Pavia. Troppo, anche per chi ha il pelo sullo stomaco come tanti dei detenuti rinchiusi a Sollicciano, che ora urlano tutta la loro rabbia verso chi ha voglia di starli a sentire, giù in strada. E visto da qui, dal marciapiede, Sollicciano sembra davvero una Caienna, un piccolo inferno sulla terra.

L’inizio della rivolta

Nel tardo pomeriggio di giovedì 4 luglio hanno cominciato a battere sulle pentole e poi hanno dato fuoco alle lenzuola, ogni cella un lenzuolo in fiamme nella sezione alla destra dell’ingresso principale, quella riservata ai detenuti con una condanna definitiva. Sono in maggioranza stranieri e li hanno divisi per nazionalità, da una parte gli albanesi che sventolano la bandiera rossa con l’aquila, da un’altra i peruviani che hanno appeso uno striscione in ricordo del ventenne suicida e tirano fuori una maglietta della Juventus, da un’altra ancora i nordafricani, ma non mancano le voci italiane, voci roche, consumate dalla vita, che chiedono di essere ascoltate.

Il caos e l’arrivo delle forze dell’ordine

Polizia e carabinieri sono concentrati all’ingresso e stanno fermi. La prassi vuole che, fatta eccezione per le rivolte vere e proprie, queste situazioni vengano gestite in autonomia dalla polizia penitenziaria, e così sarà anche stavolta. Sembra che nessuno sia fuori dalle celle, ma poi qualcuno ripete il conto e si sparge la voce che manchino all’appello tre detenuti. Improbabile che siano riusciti a eludere la sorveglianza, quasi certamente sono all’interno del penitenziario, anche se non in cella. Tutti gli altri improvvisano un cacerolazo come i manifestanti che più di 20 anni fa protestavano contro il governo in Argentina. I fuochi si moltiplicano, subito spenti da un paio di autoscale dei pompieri, il frastuono aumenta, e aumentano anche i parenti dei detenuti che vengono a sostenere la protesta. C’è un peruviano che chiama il figlio Gioele e racconta di come si vive male in queste celle, perché in passato le ha frequentate anche lui. Ci sono gli albanesi che si sgolano. A un certo punto, poco dopo le 20, si muovono i blindati del Reparto mobile della polizia. Insieme ai carabinieri fanno il giro del carcere e indossano le tenute anti-sommossa perché si è sparsa la voce che qualcuno stia tentando di forzare la porta carraia sul retro. Dentro si vedono agenti correre, c’è agitazione, ma poi tutto torna tranquillo, forse è stato un falso allarme.

L’esposto prima della protesta violenta

Il suicidio del ventenne è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché a Sollicciano periodicamente i detenuti protestano e nei giorni scorsi una cinquantina di loro avevano firmato un esposto indirizzato alla Procura. Nell’esposto vengono messe nero su bianco alcune criticità. Tra gli altri, vengono segnalati problemi di cimici e insetti nelle celle, problemi di degrado diffuso e di mancanza d’acqua in alcune sezioni in particolare. La pentola era pronta a esplodere, insomma, ed è puntualmente esplosa. Ora alcuni della sezione più turbolente lanciano in strada pezzi di cemento e urlano: «Vedete, il muro si rompe, il carcere cade a pezzi». Intanto, a pochi chilometri di distanza, in piazza del Comune a Prato, dalle 19 alla mezzanotte di giovedì 4 luglio è andata in scena una maratona oratoria promossa dalla Camera penale proprio per sensibilizzare sul tema dei suicidi in carcere, un’emergenza ormai non più eludibile.  

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