Bambina scomparsa a Firenze, la madre di Kata dai pm dopo i video dell’Astor
«Immagini di un’altra camera, quella voce non è di mia figlia». Intanto le indagini si concentrano su venti occhi elettronici
FIRENZE. Sentita nuovamente dagli inquirenti la madre di Kataleya, la bimba di 5 anni scomparsa il 10 giugno scorso dall’ex hotel Astor di via Maragliano. Katherine Alvarez è stata ascoltata dopo la pubblicazione da parte de Il Tirreno di due video relativi alle notti di violenza nell’edificio occupato, e in particolare in merito alle dichiarazioni che ha reso martedì scorso davanti alle telecamere di “Chi l’ha visto”. Parlando in diretta alle telecamere della trasmissione ha sostenuto, mentre sfilava con il corteo in città per chiedere la liberazione della figlia: «Sì, quella era la nostra stanza», riferendosi al locale inquadrato nel video, aggiungendo poi che la voce che gridava “basta” sarebbe stata quella di sua figlia. Ma successivamente, come spiegato anche dai suoi legali, la donna è stata sentita dagli inquirenti su questo punto e ha smentito le dichiarazioni. «Un mero equivoco – precisano in un comunicato gli avvocati di Kata, Filippo Zanasi e Sharon Matteoni – comprensibile dato lo stato di evidente prostrazione in cui stanno vivendo i genitori».
Nel primo dei due video siamo nel cortile dell’Astor, è notte, una donna bussa con violenza alla porta in metallo che chiude l’ingresso dell’edificio occupato, fuori in strada ci sono i carabinieri. Nel secondo invece si vede l’interno di una delle camere dell’hotel, con tre persone, due uomini, di cui uno armato di coltello, e una donna, impegnati a tenere chiusa una porta mentre dal corridoio esterno si sentono delle grida. Secondo fonti de Il Tirreno, la camera inquadrata nelle riprese non è quella di Kata, ma di un’altra famiglia peruviana. Una famiglia amica di Manuel, l’unico occupante dell’Astor originario dell’Ecuador. Il video è una diretta Facebook fatta la sera del 28 maggio, pochi istanti prima che Manuel si buttasse dalla finestra. In quel momento l’ecuadoriano si trovava nella stanza accanto. A gridare “basta” non è sarebbe Kata, ma un bambino.
La notte tra il 27 e il 28 maggio i carabinieri intervengono tre volte all’Astor per calmare gli animi, chiamati da Carlos, un peruviano amico tra l’altro della famiglia di Kata. Per alcuni si sarebbe trattato di liti legate al racket degli affitti delle camere. Diversa la versione data da Carlos in un’intervista al Tirreno. Lui avrebbe chiesto all’ecuadoriano e alla moglie di smetterla di fare rumore, e per tutta risposta i due, insieme ad alcuni amici, si sarebbero presentati per due volte alla porta della sua camera bussando e minacciandolo con dei coltelli. Da qui i ripetuti interventi dei militari. La domenica, stremati dalla confusione che ancora non accennava a diminuire, gli occupanti dell’Astor, Carlos in testa, si sarebbero presentati alla porta delle camere - confinanti tra loro - dove vivevano la famiglia di Manuel e una di peruviani suoi amici, gli stessi che avevano minacciato Carlos con i coltelli. «Volevamo solo parlare» ha detto Carlos al Tirreno. «Avevano delle mazze e volevano uccidermi» è la versione di Manuel, che temendo per la sua vita si è buttato dalla finestra prima che entrassero.
Il video pubblicato da Il Tirreno si riferisce proprio a quei momenti. Tre persone, che sarebbero dei i peruviani amici di Manuel, stanno tenendo chiusa la porta. Uno di loro tiene in mano un coltello, pronto a difendersi. Tra le persone asserragliate dentro ci sono anche dei bambini, uno di loro grida “Basta”. Si stanno difendendo dal gruppo di persone che, a detta loro, voleva aggredirli. In quegli stesso momento Manuel, che era nella stanza accanto, si butta giù dalla finestra temendo per la sua vita.
L’altro video, questo girato nel cortile dell’Astor, risale alla sera precedente, quella del 27 maggio. Manuel e la moglie hanno da poco litigato con Carlos, che aveva chiesto loro, secondo il suo racconto fatto al Tirreno, di non fare rumore e di andare a bere la birra nella loro camera liberando la scala comune. La donna ritratta mentre prende a pugni la porta dell’Astor sarebbe proprio la moglie dell’ecuadoriano. È infuriata. Fuori ci sono i carabinieri, che però in un primo momento non posso entrare perché la porta è stata chiusa a chiave per la notte. Poi qualcuno trova la chiave, e i militari possono finalmente entrare per calmarla.
Intanto sul fronte delle indagini si continua a lavorare sulle telecamere. Circa 1.500 quelle cittadine da cui è stata estratta una copia del girato. Una volta messa da parte e cristallizzata questa mole enorme di immagini, il lavoro dei carabinieri, coordinati dall’aggiunto Luca Tescaroli e da pm Christine Von Borries e Giuseppe Ledda, si sta concentrando su una ventina di occhi elettronici, quelli più vicini alla sede dell’Astor. Si cerca di ripercorrere in modo scientifico, e con strumenti d’avanguardia in dotazione ai carabinieri del Ros, le ore precedenti alla scomparsa di Kata e quelle successive. Nelle indagini condotte nell’immediatezza infatti, le immagini sarebbero state visionate, ma non da personale specializzato e con strumenti avanzati. In un certo senso si riparte da zero. Se si troverà qualche indizio, allora verranno visionate “a raggiera” anche le telecamere più esterne, allargando progressivamente il cerchio.
Ancora controverso poi l’orario in cui è stato dato l’allarme da parte della famiglia. La prima telefonata della madre al 112, hanno precisato ieri i carabinieri, è delle 18,41. Quasi due ore dopo che la madre, alle 16,45, si sarebbe accorta dell’assenza della bimba.
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