Keu, inquinamento della 429: ricorso al Consiglio di Stato
A depositarlo sono stati Regione, Metrocittà e Comune: si vuole annullare la sentenza del Tar che aveva escluso la responsabilità dei Consorzi
EMPOLI. Non c’è solo il filone delle inchieste penali nella saga del Keu. Gli avvocati sono impegnati anche dal punto di vista amministrativo: è stato depositato davanti al Consiglio di Stato il ricorso nei confronti della sentenza del Tar che a maggio aveva scagionato Consorzio Aquarno e Depuratore di Santa Croce dalla responsabilità dell’inquinamento da keu sotto il tracciato della nuova 429. A presentare il ricorso sono stati la Regione e la Città Metropolitana, alle quali si è aggiunto anche il Comune di Empoli con un ricorso incidentale che riguarda la parte della sentenza del Tar che aveva annullato i provvedimenti comunali.
Il primo grado
A finire sotto le lenti dei giudici del Tar di Firenze era stato il provvedimento emesso dalla Regione a inizio del 2022 che indicava i responsabili dell’inquinamento nel tratto della nuova 429 compreso tra la rotonda di Brusciana e il ponte sulla ferrovia Empoli-Siena. Un atto che arrivava alla fine di un’inchiesta parallela e separata da quella penale ma che, ovviamente, aveva preso da lì le proprie mosse.
Secondo la Regione responsabili dell’inquinamento erano il Consorzio depuratore Santa Croce e il controllato Consorzio Aquarno perché non poteva esentarsi dalle operazioni di recupero e smaltimento operato dalla ditta Lerose, a cui veniva ceduto il keu derivante dalla lavorazione dei fanghi di conceria e che poi – secondo l’accusa – l’avrebbe unito con altro materiale inerte per creare il riempimento della strada. Insieme ai due consorzi e alle rose venivano ritenuti responsabili anche diverse ditte di movimentazione terra coinvolte nei lavori e rimaste completamente al di fuori dell’inchiesta penale.
Sulla base dell’atto della Regione il Comune di Empoli aveva notificato a tutti i presunti responsabili l’obbligo di partecipare alla messa in sicurezza della 429, finanziata dalla Regione e portata avanti dal commissario nominato dal governo, che ha concluso le operazioni a inizio anno.
Una ricostruzione non accettata dai giudici del primo grado, secondo i quali – come viene spiegato nella sentenza di fine maggio – in capo ai Consorzi non c’era l’obbligo di sapere cosa ne sarebbe stato del rifiuto consegnato a Lerose, né del cosiddetto "test di cessione", cioè un’analisi approfondita del materiale che veniva conferito al sito di Pontedera.
Il ricorso
Il primo soggetto istituzionale a muoversi contro la sentenza del Tar era stata la Regione che già a metà giugno aveva deciso di presentare ricorso al Consiglio di stato incaricando della questione l’avvocatura regionale. È poi arrivato l’intervento della Città metropolitana (che gestisce in sieme alla Regione l’ufficio per individuare i responsabili degli inquinamenti ambientali. A luglio, poi, era arrivata la decisione anche da parte del Comune di Empoli di difendere gli atti adottati nei confronti dei Consorzi.
A fine agosto la Regione ha deciso di rinunciare all’istanza di sospensiva che aveva presentato in un primo momento e così ora si tratta di capire quando la causa andrà davanti ai giudici per la decisione nel merito.
L’intreccio
Come accennato, l’aspetto amministrativo e quello penale corrono paralleli ma a volte si intrecciano. Nel 2025 il Consiglio di Stato si era già pronunciato sulla complessa questione del keu: in quel caso a essere esaminato era stato il passaggio del materiale dai Consorzi al sito di Pontedera gestito da Lerose fino a quello di Bucine, in provincia di Arezzo. E anche in quel caso era stato stabilito che i Consorzi non erano responsabili dell’utilizzo del keu che veniva fatto da Lerose, così come non erano tenuti ai test di cessione.
Un ragionamento poi finito anche all’interno delle motivazioni con le quali il Gip, a fine marzo, ha prosciolto molti degli imputati e fatto cadere l’accusa di associazione a delinquere: anche questa sentenza è stata impugnata, in questo caso dalla procura di Firenze, davanti alla Corte d’Appello.
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