Il Tirreno

Empoli

La crisi economica

Empoli, calo del 5% in tre anni per i negozi. Regge (in parte) l’area turismo

di Sara Venchiarutti
Empoli, calo del 5% in tre anni per i negozi. Regge (in parte) l’area turismo

Costagli (Confcommercio): «Il fatturato non copre i costi»

11 febbraio 2024
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EMPOLI. Erano 714 nel 2020. Negozi di scarpe, abbigliamento, profumerie, librerie e così via: tutto il mondo del commercio al dettaglio (escluso il settore autoveicoli). L’anno scorso Confcommercio è andata a ricontrollare e al 30 settembre, sempre nel comune di Empoli, gli stessi negozi erano diventati 681. Questo vuol dire che il bilancio tra chi ha chiuso e chi ha aperto è negativo. Di meno 33 unità in tre anni. «Abbiamo perso – commenta Alessandro Costagli, presidente Confcommercio Empolese - Valdelsa – circa il 5% dei negozi. È un calo un po’ più lento rispetto ad altre realtà (in Toscana in tre anni si sono persi 2.500 attività). Empoli tiene, ma dobbiamo cominciare ad abituarci a una città senza negozi. È difficile che anche la nostra zona resti immune, quando tutto attorno “brucia”».

A “reggere” di più a Empoli è l’area del turismo, che comprende strutture ricettive, bar, ristoranti e simili. Anche qui le attività del settore sono in calo, ma in modo molto più ridotto: dalle 338 attività al 31 dicembre 2020 si passa – sempre dati Confcommercio – alle 327 del 30 settembre 2023. Meno 11 unità. Va detto però che a diminuire – portando il saldo in calo – sono solo i pubblici esercizi, mentre sono aumentate, anche se di poco, le strutture ricettive. È più difficile rinunciare a un caffè con i colleghi durante le ore di lavoro o all’occasione di socialità data da una pizza con gli amici. In generale però negozi e bar calano. C’è chi fallisce, chi va in pensione e non trova nessuno disposto a rilevare l’esercizio. E chi apre non riesce a compensare le serrande che si abbassano. «La difficoltà principale – spiega Costagli – riguarda i costi. Il fatturato non riesce a coprirli. Costi che riguardano un po’ tutti gli aspetti: affitto, bollette, ma anche il commercialista, l’avvocato, la tassa della pubblicità per l’insegna all’esterno, la sicurezza con allarmi e telecamere».

Insomma, la lista è lunga. E anche se le singole voci possono sembrare di poco conto, è la somma che conta. «E si tratta di spese – aggiunge Costagli – su cui è difficile tagliare». C’è da aggiungere poi la dimensione delle vendite online, a cui spesso le realtà più piccole, magari familiari, non riescono ad adeguarsi tra costi e personale necessario. La soluzione, come spesso accade, è difficile da trovare. «Bisogna lavorare – dice Costagli – sulla promozione da parte di tutti, unendosi insieme con iniziative, eventi. L’altro fattore decisivo è l’antidegrado. Le persone vanno dove è piacevole passeggiare. E infatti l’unico trend positivo per i negozi si trova nelle vie particolarmente prestigiose, come via Roma a Firenze o via Vittorio Emanuele a Milano. Si tratta di punti strategici che hanno un valore inestimabile e sono attrattivi anche per i grossi marchi.

Tutto il resto è una giungla. Empoli non ha zone di questo tipo, ma si può ancora salvare se gioca bene le sue carte, anche se la “temperatura” sul degrado sta salendo». E impedire “l’emorragia” di negozi e attività ha anche una valenza sociale. «Valorizzare le attività locali – sottolinea Martina Cocchi, responsabile delegazione Confcommercio Empolese Valdelsa – è importante perché dove si chiude un negozio si ha un minore controllo sulle persone fragili o anziane. Per loro quel negozio diventa quasi una sicurezza, sanno che lì ci sarà sempre qualcuno che chiede loro come va. Il negozio ha anche una funzione sociale maggiore rispetto alle grandi catene».
 

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