Il Tirreno

Empoli

viale buozzi

Schiave del sesso per colpa di debiti e riti voodoo

di Francesco Turchi
Prostitute nascoste alla stazione durante un blitz delle forze dell'ordine in viale Buozzi (Foto Agenzia Carlo Sestini)
Prostitute nascoste alla stazione durante un blitz delle forze dell'ordine in viale Buozzi (Foto Agenzia Carlo Sestini)

L’inferno delle prostitute di Empoli tra violenze e ricatti. La cooperativa che offre aiuto e sostegno alle donne: «Difficile tirarle fuori, temono gli spiriti»

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EMPOLI. Sono prigioniere di un debito. Ma anche dei riti voodoo. Devono restituire decine di migliaia di euro a chi ha pagato il loro viaggio fino all’Italia, ma temono anche di essere punite dagli spiriti se si ribellano agli sfruttatori. Sono quasi tutte nigeriane, giovani, talvolta addirittura minorenni. Arrivano in treno da Pontedera, dove vivono in gruppo, sorvegliate e gestite da una “madame”. Scendono alla stazione di Empoli, raggiungono la strada più vicina, dove si vendono per poche decine di euro al discount del sesso low-cost per strada con clienti di ogni età. Sotto gli occhi di residenti che le detestano e nel mirino delle forze dell’ordine, costantemente impegnate a cercare di contrastare il fenomeno, con blitz a ripetizione, che spesso si concludono con mini-retata e trasferimento in caserma o in commissariato, dove le ragazze (che non stanno commettendo alcun reato), vengono identificate, fotosegnalate e rilasciate.

È l’inferno quotidiano delle prostitute che da mesi affollano viale Buozzi. Dove - come abbiamo raccontato nelle scorse settimane - il fenomeno è ormai fuori controllo. In una serata qualsiasi, ce n’erano addirittura dodici nello spazio di appena cento metri. La scena si ripete quotidianamente. Passeggiano, ammiccano, trattano. Si vendono per 30 euro. Tra l’insofferenza o l’indifferenza. Però c’è anche chi tende loro una mano. Prova ad avvicinarle, a offrire un aiuto e - con il tempo - una via d’uscita. Una volta al mese, due operatori - supportati da una mediatrice culturale - percorrono viale Buozzi, di sera. È la cooperativa sociale onlus Cat di Firenze, che opera nell’ambito del progetto Satis (Sistema antitratta toscano d'integrazione sociale), coordinato dalla Società della salute di Pisa. E che negli ultimi tempi si sta interessando anche alla situazione di via Giuntini - nella zona artigianale di Pontorme - nuovo mercato del sesso (in questo caso in pieno giorno).

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«Il fenomeno della prostituzione è in aumento, a Empoli come altrove ed è una conseguenza dei flussi migratori». Lisa Bertini coordina le “unità di strada” della Cat: «Da parte di queste ragazze non c’è diffidenza nei nostri confronti, però non è neanche semplice avvicinarle. Hanno bisogno di aiuto, noi diamo ascolto e sostegno, distribuiamo preservativi e le informiamo sui rischi legati alle possibili violenze e alle malattie trasmissibili sessualmente. Cerchiamo di convincerle a sottoporsi a controlli medici, spesso le accompagniamo direttamente ai servizi socio-sanitari, a cominciare dal consultorio ginecologico, grazie anche alla grande disponibilità del personale Asl. Poi, una volta creata una relazione di fiducia, proviamo a prospettare anche la possibilità di uscire dalla prostituzione e costruirsi una nuova vita». E qui l’impresa si fa difficile. Per tanti motivi. «Queste donne sono in debito con i loro sfruttatori», che fanno parte di un’organizzazione molto complessa e ramificata. Tutto inizia in Nigeria. Le ragazze - sempre più giovani e molto povere - vengono convinte a partire per l’Italia con la prospettiva di un lavoro. Ma quella che sembra un’occasione di riscatto, è una trappola infernale. I trafficanti pretendono 20-30.000 euro per il viaggio, spesso via mare dalle coste libiche. Una volta arrivate in Italia, inizia la schiavitù: «Le fanno prostituire per pagare il debito». Che è impossibile da estinguere alla media di 30 euro a prestazione: «Vivono in appartamenti in gruppi di 4-5 - racconta Lisa - con una “madame”, una donna più grande di loro, che le gestisce, incassa i soldi che guadagnano: a loro viene lasciato poco o niente. Per quello che abbiamo avuto modo di capire, c’è un’organizzazione molto ramificata, con dei ruoli ben precisi».

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Tuttavia sulla strada verso la libertà non c’è soltanto l’ostacolo economico: «Sono terrorizzate dalle conseguenze dei riti magici, li temono». La “madame” - o chi per lei - li utilizza per costringerle all’obbedienza, minacciando conseguenze gravi a chi si ribella e ai suoi familiari: «In alcuni casi - racconta Bertini - ho visto ragazze che sembravano convinte ad uscire da quel mondo. Ma che poi hanno cambiato idea all’ultimo momento, magari perché nel frattempo era capitato qualcosa - anche di banale - ma che loro avevano collegato a un rito vodoo. E hanno fatto immediatamente dietrofront».

Magari tornando in viale Buozzi, dove «non stanno mai ferme in un punto in attesa del cliente, si muovono continuamente passeggiando sui marciapiedi». Una particolarità dovuta al fatto che la zona è molto centrale e in questo modo le donne cercano di limitare il più possibile i problemi con i residenti. Che però ormai sono esasperati: «Probabilmente lavorano lì perché è a due passi dalla stazione e loro arrivano in treno; ed è tutto sommato sicura per loro, proprio per la presenza delle case». In altre zone più periferiche sarebbero più a rischio di furti, violenze e rapine.

 

LE TRACCE NELL'EX FABBRICA

Le prostitute vengono ricattate con la minaccia di riti voodoo. Le cui tracce sono presenti anche a Empoli, nell’ex vetreria Stelvia in via Salaiola a Corniola. Una fabbrica abbandonata completamente distrutta all’interno dai vandali a colpi di mazze. In mezzo a rifiuti di ogni tipo, cumuli di vetri e mattoni, scaffali devastati, ci sono alcune bamboline (senza testa) di legno e paglia, rivestite di stoffa, dall’aspetto inquietante, distese per terra insieme a mille altri rifiuti. Che sono molto simili a quelle utilizzate per i riti voodoo o simili (in Africa esistono molte varietà di queste pratiche, che cambiano a seconda delle tribù e delle zone). Difficile capire come siano finite lì, se quella è stata la sede del rito o se ci sono state gettate in secondo tempo, ma resta il fatto che molto probabilmente qualcuno le ha utilizzate per “schiavizzare” delle donne, creando un legame indissolubile tra colui che compie il rito e la donna destinataria della magia nera. 

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