Pizzi e Ciardelli. «Che esperienza le Olimpiadi vissute da dentro»
Medico il primo, match analist il secondo
VIAREGGIO. Sono appena rientrati da Parigi tornando ad immergersi nelle rispettive realtà quotidiane. Ma senza dubbio Angelo Pizzi e Cristiano Ciardelli porteranno ancora per un bel po’ di tempo – chissà, magari per sempre – quanto vissuto nei venti giorni trascorsi nella Ville Lumière al servizio delle Olimpiadi. O meglio degli arbitri che hanno diretto i tornei di calcio maschile e femminile: Pizzi come uno dei medici dello staff incaricato di curarsi della salute degli arbitri, Ciardelli in un altro ruolo altrettanto delicato come quello del match analyst, ovvero di colui che deve fornire informazioni agli arbitri sui moduli tattici delle squadre che andranno a dirigere nonché delle caratteristiche dei singoli giocatori. All’unisono definiscono “bellissima” l’esperienza vissuta, con il rammarico, per entrambi, di non aver potuto assistere alle cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi.
Per Angelo Pizzi quella parigina è stata la seconda esperienza olimpica dopo quella vissuta trentadue anni fa in occasione dell’edizione di Barcellona dove il medico viareggino seguiva la squadra di hockey su pista – in quell’edizione invitato come sport dimostrativo – che vinse la medaglia di bronzo trascinata dai nostri Alessandro Cupisti e Roberto Crudeli, autore del gol che consegnò il bronzo agli azzurri. Così come in quell’ormai lontano 1992 anche questa volta Pizzi non ha avuto modo di vivere il villaggio olimpico. «Il calcio è sempre stato distaccato dal contesto olimpico, così come potremmo dire per il basket che dal 1992 manda ai Giochi i suoi atleti professionisti».
Niente villaggio, ma sicuramente più confort. «Siamo stati sistemati in un bel posto nelle vicinanze dell’ippodromo, con a disposizione anche ampi spazi per gli allenamenti. Insomma niente da eccepire al contrario di quanto si è sentito dire dagli atleti che hanno occupato il villaggio».
E così come in Catalogna niente cerimonia di apertura e di chiusura. «Anche questa volta non sono riuscito a vedere dal vivo le due cerimonie. Mi sono rifatto andando a visitare strutture molte belle come il Gran Palais che era stato risistemato per le gare di scherma in maniera spettacolare. Lì ho visto i quarti di finale della spada maschile. Peccato che poi sono dovuto rientrare causa l’infortunio di un arbitro perché sarei rimasto volentieri a vedere altre gare in quell’ambiente spettacolare».
È stato a Casa Italia anche se accedervi non è stato agevole. «I controlli erano molto rigidi: per entrare era necessario avere l’invito di una federazione nazionale ed internazionale. Ho quindi dovuto telefonare a Sabatino Aracu, presidente del Word Skate, per avere il pass. Durante la visita abbiamo incontrato Jasmine Paolini e Sara Errani che stavano andando alla conferenza stampa dopo la vittoria nel doppio».
Nel gruppo arbitri non ci sono stati casi di Covid: «Nessun caso. Siamo stati agevolati anche dal fatto che eravamo soli nell’albergo dove alloggiavamo». Naturalmente ha assistito alla finale di calcio maschile tra Spagna e Francia, della quale prima di partire per Parigi aveva individuato, in una rosa di tre, l’arbitro della gara che assegnava l’oro: il brasiliano Ruben Abatti. «Lo avevo inserito nella rosa dei papabili a dirigere la finale perché è uno dei più bravi. Per quanto riguarda la finale, ha confermato che Spagna e Francia sono tra le nazioni più forti a livello mondiale».
E su questa affermazione concorda anche Cristiano Ciardelli, alla sua prima rassegna olimpica. «La Spagna ha dimostrato di essere la più forte anche senza schierare i cosiddetti fuori quota». Definisce “bellissima” la sua esperienza anche se parecchio faticosa, vista la cadenza con la quale si sono accavallati i suoi impegni e quelli di Gianvito Paglionica, anche lui allenatore con licenza Uefa A, con il quale Ciardelli collabora da diversi anni. «Mi sarebbe piaciuto vedere altri sport, come ad esempio il beach volley che si giocava proprio sotto il suggestivo scenario della Torre Eiffel, ma gli impegni di lavoro non me lo hanno permesso. La nostra giornata iniziava alle 7,30 poi dopo l’allenamento ed il un pasto veloce dalle 12 in poi ci immergevamo nell’analizzare le partite. Mentre uno osservava la partita l’altro preparava le clip da far vedere agli arbitri nel briefing». Tenuti in lingua inglese o spagnola. «Quasi sempre in inglese, ma con i direttori di gara sudamericani ci esprimevamo in spagnolo».
Al di là della lingua un lavoro non semplice considerato l’enorme numero di gare da visionare in poco tempo. «C’era da vedere otto partite del maschile e sei del femminile: si è giocato una volta ogni tre giorni. Insomma un impegno mentale ma anche fisico importante che ci ha tenuto venti giorni sul pezzo. Ma sono contento perché tutto è andato bene grazie alla professionalità di tutto lo staff e l’esperienza olimpica è sicuramente di quelle indimenticabili».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
