Gioco
Carpita, cento volte in bianconero. «Quanti ricordi con questa maglia»
Premiato dal Viareggio per il traguardo
VIAREGGIO. Nessuno più di Andrea Carpita può narrare al meglio le vicende del Viareggio degli ultimi quindici anni. Infatti il portierone che domenica ha festeggiato le 100 presenze a guardia della porta delle zebre ha militato nelle tre società che hanno scritto, nel male e nel bene, alcune pagine della storia a strisce bianconere. Prima con l’Esperia Viareggio, con la quale ha vinto il campionato di serie D nel 2007, poi con il Viareggio 2014, una vittoria nel campionato di Eccellenza nell’anno della fondazione, per arrivare ai due successi con il Viareggio Marco Polo Sports Center, formazione della quale è leader riconosciuto, visto che è stato il primo giocatore a firmare al momento della nascita della nuova società, e naturalmente capitano. Una presenza costante soprattutto nei momenti più difficili, quando c’era da ripartire. Il primo portiere a portare l’ambita fascia nei 104 anni di storia del Viareggio. Sostenere che ha i colori della squadra della sua città tatuati sulla pelle non è solo un modo di dire visto che Andrea è anche il capitano del Viareggio beach soccer campione d’Italia.
Cento volte in bianconero. Quali sensazioni?
«Sicuramente mi fa piacere essere arrivato a toccare la fatidica quota. Ma sono più contento se ripenso a tutti gli anni che ho passato con questa maglia indosso. Sempre a disposizione anche quando giocavo poco e soprattutto quando c’è stato da ripartire».
Ricorda la prima partita disputata con il Viareggio?
«Certamente, contro il Cascina in Coppa Italia di serie D. Oltretutto una specie di derby in famiglia visto che papà Giancarlo (è stato per qualche tempo presidente del Viareggio beach soccer nda) è originario di Cascina. E sempre contro la squadra pisana, qualche settimana dopo, ho bagnato l’esordio nel campionato che poi andammo a vincere».
Quali sono le partite che ancora oggi ricorda con i brividi a fior di pelle?
«La prima quella con l’Aglianese in serie D. Mancavano ancora quattro giornate alla fine del torneo, con una vittoria potevamo festeggiare la promozione in C/2. Vincemmo per 2-1 e fu festa assieme a tanti tifosi presente ai Pini. L’altra nella stagione seguente quando ci giocammo la salvezza ai play out contro la Viterbese. Nella gara di ritorno Russo era squalificato e quindi toccò a me. Avevamo già vinto a Viterbo e concedemmo il bis anche a casa nostra guadagnando così la salvezza. Una grande gioia per tutti perché tornare in serie D sarebbe stato un brutto colpo».
Cosa significa portare al braccio la fascia di capitano?
«È una responsabilità ma a me non è un problema. Credo che sia anche il riconoscimento per quello che ho saputo dare nel corso degli anni per questa squadra».
Ha qualche rimpianto per non avere avuto una carriera più importante?
«Un po’. Ma nel momento in cui potevo fare il salto definitivo tra i professionisti ho avuto diversi infortuni che mi hanno penalizzato. Diciamo che la fortuna non mi ha aiutato. Credo che in Lega Pro ci sarei potuto stare tranquillamente».
Nella sua esperienza viareggina quali sono gli allenatori con i quali ha legato maggiormente?
«Non ho mai avuto problemi. Se devo fare due nomi e vado nello specifico del mio ruolo faccio quelli di Alessandro Mannini, una persona schietta che mi ha insegnato ad essere professionista e anche Alessandro Lazzarini negli anni che ero a Lucca».
E tra i portieri con i quali ha condiviso la porta del Viareggio?
«Danilo Russo e Matteo Cipriani del quale ero convinto potesse fare una carriera più importante».
Cosa deve fare il Viareggio per provare a vincere il campionato?
«Dobbiamo imparare a saper soffrire quando il momento della partita lo richiede. Soffrire e magari andare a chiudere definitivamente la partita. Questo è un altro campionato rispetto a quelli nei quali abbiamo giocato le stagioni precedenti dove potevi permetterti di tenere la gara aperta tanto poi il gol della staffa prima o dopo lo mettevi a segno».
La gara di coppa persa con il Pietrasanta è stata dunque salutare?
«Forse c’era proprio bisogno di una sconfitta per farci capire certe cose. Tocca dunque a noi tirare fuori le qualità sia tecniche ma anche mentali. E dobbiamo farlo tutte le domeniche».
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