Gioco
Cenaia, Manolo Benassi: il guerriero dal cuore grande ha conquistato la serie D
Per tre lunghi anni il pallone aveva smesso di rotolare per il ragazzo viareggino fino a quando il suo amico Tony Palazzolo, attuale centravanti del Viareggio, lo aveva portato con sé alla Lampo da dove è iniziata la rinascita calcistica
VIAREGGIO. Sul rettangolo di gioco Manolo Benassi è un guerriero. Uno di quelli che è preferibile avere in squadra perché passare dalle sue parti è sempre esercizio complicato. Un guerriero con un cuore grande che nel giorno dello storico passaggio in serie D del suo Cenaia non ha voluto dimenticare due persone che non ci sono più e che sarebbero sicuramente state ad esultare con lui, nonno Franco e l’amico Federico Paris, ma anche quelle presenti nella sua vita di tutti i giorni: la moglie Greta e la loro piccola Bianca. È una bella storia calcistica quella di Manolo – forse papà Angelo quando ha scelto il nome pensava a Sanchis mitico difensore del Real Madrid? – 31 anni a settembre che ha rischiato di interrompersi una decina di anni fa, proprio sul più bello, quando il grintoso difensore (ma all’occorrenza anche centrocampista) aveva deciso di dire basta deluso dall’ambiente. Per tre lunghi anni il pallone aveva smesso di rotolare per il ragazzo viareggino fino a quando il suo amico Tony Palazzolo, attuale centravanti del Viareggio, lo aveva portato con sé alla Lampo da dove è iniziata la rinascita calcistica proseguita poi con le stagioni vincenti a Vorno e River Pieve (due promozioni in Eccellenza) poi Cuoiopelli fino alla bella impresa con il Cenaia (firmata assieme ad un altro viareggino, Alessandro Remedi) a spese del Perignano, squadra della quale papà Angelo è stato bandiera per undici anni.
Già perché il calcio è cosa seria in casa Benassi. Il fratello maggiore Maikol (ora al Livorno), anche lui difensore, ha vinto due campionati di serie C e quattro (con Parma, Lucchese, Cesena e Novara) in serie D.
La prima volta del Cenaia in serie D. Cosa ha provato?
«È stata una grande soddisfazione anche perché c’erano Perignano e Cuoiopelli che avevano allestito organici importanti».
Quando vi siete accorti che potevate fare il colpo grosso?
«Sapevamo di poter fare bene, la consapevolezza di poter puntare alla vittoria è arrivata strada facendo. E non vuol essere un abusato modo di dire ma la differenza l’ha fatta il gruppo ed il tecnico Macelloni, un grande lavoratore».
Certi momenti meritano una dedica. La sua a chi è andata?
«A mia moglie Greta e a Bianca la nostra bimba. Lo meritano perché tolgo a loro tanto del mio tempo libero. Ma una dedica particolare va anche a due persone che avranno esultato da lassù: nonno Franco e il mio amico Federico. Sono sempre con me, ogni volta che vado in campo, perché porto il loro nome sui parastinchi».
Quali sono le persone alle quali deve di più nel mondo del calcio?
«Stefano Ciucci, mio allenatore a Camaiore, il quale mi ha insegnato come ci si comporta nello spogliatoio ed in campo. È una persona dal carattere forte ma sei riesci a seguirlo può aiutarti tanto. Poi Tony (Palazzolo ndr) che mi ha portato con sé alla Lampo dopo tre anni di stop. Mi ha convinto a tornare a giocare e mi ha supportato anche a livello economico facendosi cario delle spese di viaggio».
Perché a poco più di venti anni aveva deciso di dire stop al calcio?
«Giocavo nel Camaiore e con Ciucci avevo disputato una ventina di gare in serie D. L’anno seguente arriva in panchina Giuli che non mi vede troppo e finisco ai margini della squadra. Chiedo alla società di cedermi ma vogliono troppi soldi e saltano i possibili trasferimenti. Io sono un agonista ed allenarmi per stare in tribuna non fa per me. Ero molto deluso ed arrabbiato e avevo deciso di smettere».
Tre anni giocando tornei amatoriali, poi il ritorno ai campionati veri.
«Come ho detto grazie al mio amico Tony vado a provare alla Lampo. Faccio tre allenamenti e mi fanno firmare. E da lì è ripartita la mia storia calcistica».
Restando tre anni fermo non ha mai pensato di avere buttato via la possibilità di salire tra i professionisti?
«Rimane il rammarico che se avessi potuto giocare in serie D per due o tre stagioni forse...».
Una serie D che potrebbe vederla protagonista nella prossima stagione.
«Sarebbe una rivincita per quello che ho perso in precedenza».
E se dovesse chiamarla il Viareggio?
«Non sarebbe una chiamata qualsiasi. Vedremo. Intanto faccio il tifo per i bianconeri perché domenica possano centrare la promozione».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

