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Francesco Tosi, highlander del calcio versiliese in campo a 42 anni: «Col tempo che passa mi diverto di più»

Massimo Guidi
Francesco Tosi, highlander del calcio versiliese in campo a 42 anni: «Col tempo che passa mi diverto di più»

Il centrocampista del Pietrasanta debuttò in D nel 97-98: alcuni dei suoi attuali compagni non erano ancora nati: «All’inizio di questa stagione dopo una settimana che mi allenavo volevo quasi smettere, e invece...»

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VIAREGGIO. Quando Francesco Tosi, non ancora diciottenne, faceva il suo esordio in serie D con il Versilia nella stagione 1997/98 alcuni dei suoi attuali compagni (e avversari) del Pietrasanta non erano ancora nati, altri stavano iniziando ad avere i primi rapporti con un pallone che rotola. Venticinque anni dopo il ragazzo pietrasantese è ancora lì in campo, sempre pronto a tirare la carretta per dare l’esempio ai più giovani. Un’eredità ricevuta dai tanti compagni di squadra che lo hanno aiutato agli albori di una carriera (Massese, Sarzanese, Forte dei Marmi e Camaiore tra le maglie indossate) che non lo ha gratificato in rapporto al suo talento e soprattutto da papà Gigi, anche lui in campo fino ben oltre i quaranta nei campionati dilettanti che è venuto a mancare prematuramente nemmeno un mese fa. Con il trascorrere degli anni da devastante esterno (negli anni d’oro avrebbe fatto la gioia per chi gioca con un centrocampo a cinque) si è trasformato in centrocampista. E domenica scorsa contro il Forte dei Marmi le 42 primavere non sono sembrate un problema visto che ha combattuto nella tonnara di centrocampo per 90 e passa minuti fornendo anche a Bertuccelli l’assist per il momentaneo vantaggio dei blues.

Tosi, cosa spinge un ultraquarantenne ad andare ancora in campo?

«Sicuramente la grande passione non solo per il calcio, ma per lo sport in generale. Quando sono a casa mi piace assistere non solo alle partite della serie A ma anche a corse ciclistiche ed altri eventi sportivi. Una passione per lo sport che papà Gigi ha trasmesso a me e mio fratello Federico fino da bambini».

Si dice che più si va avanti con gli anni e più ci si deve allenare. È d’accordo su questa equazione?

«Premetto che a me è sempre piaciuto allenarmi. E ti dirò che con il tempo ho cominciato sempre più a divertirmi agli allenamenti, tanto che potrei anche non giocare la domenica. Comunque io voglio fare il lavoro che fanno i più giovani, non vado di certo al campo per fare massaggi o lavoro differenziato. Certo con gli anni devi cercare di convivere con gli acciacchi lasciati da tanti anni di attività».

Domenica ha corso quanto i più giovani...

«Dài, sono stato facilitato dalle dimensioni ridotte del campo».

Cosa rappresenta Francesco Tosi per i giovani del Pietrasanta?«Mi piace stare con i giovani, vivere con loro lo spogliatoio e cercare di aiutarli a crescere come tanti anni fa hanno fatto alcuni miei compagni di squadra».Ci può fare qualche nome?

«Così al volo mi vengono in mente Pierangelo Carletti, Paolo Moschetti e Marcello Montanari che sono stati prodighi di consigli quando ho giocato al loro fianco».

E gli allenatori che le hanno insegnato di più?

«Un po’tutti: Polverino, Sassarini, Nobile, Ciardelli anche se quello che mi ha fatto crescere calcisticamente è stato Carlo Vené che mi ha insegnato come stare in campo. È stato per me come un secondo padre».

Fino a quando vedremo Francesco Tosi in campo?

«Non saprei dirlo. All’inizio di questa stagione dopo una settimana che mi allenavo volevo quasi smettere».

Per lei non è stata una stagione facile?

«Effettivamente no, prima il Covid poi soprattutto la malattia e la morte di papà».

Le piacerebbe una volta smesso di giocare fare l’allenatore?

«È il mio sogno quello di allenare i giovani».

È stato uno dei migliori talenti versiliesi della sua generazione. Perché non è arrivato almeno in serie C?

«Diciamo che non sono stato molto fortunato. E un po’ ci ho messo del mio».

Si spieghi meglio. Cosa è successo?

«Quando ero al Versilia feci un provino assieme ad altri ragazzi della zona contro la Berretti della Lucchese. Vincemmo facilmente e segnai tre reti tanto che i responsabili del club rossonero mi dissero che si sarebbero fatti vivi. Invece non ci furono più contatti perché mi fu poi raccontato da un dirigente che il presidente Turba aveva sparato una cifra alta e che il passaggio alla Lucchese era saltato. Poi quando ero a Massa c’era Montanari mi voleva portare alla Reggiana. Io ringraziai ma non mi volevo allontanare da casa. E alla fine sono comunque soddisfatto per quello che sono riuscito a fare».

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