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La vita a cento all’ora di Davide Matteini: «Calcio e tv? Belli, ma ti usano e gettano»
Una carriera importante fino alla Serie A, poi la televisione con Uomini e Donne e Temptation Island. Ora a 40 anni il ritorno in campo col Portuale nella sua Livorno
LIVORNO. Nelle sue vene c’è sangue amaranto. E non poteva essere altrimenti: è nato l’11 maggio, data della storica resistenza della città di Livorno agli austriaci nel 1849. Davide Matteini, classe 1982, si prepara ai quarant’anni: una bella età per questo eterno ragazzo baciato da un talento (conta anche 44 presenze e 5 gol in serie A) che non sempre ha messo a frutto: «40 anni! Li sento tutti. Faccio mezza serata e alle 11 voglio andare a casa. Prima alle 11 uscivo. Ora sto più volentieri sul divano. Magari mi concedo una buona cena con gli amici di sempre, ma poi vado a letto presto».
Messa così sembra che lei abbia fatto chissà che cosa, quando era un calciatore professionista…
«Ma no. Non ho mai avuto manie di grandezza. Ho sempre fatto quello che potevo, senza esagerare, sapendo che quel periodo della mia vita sarebbe finito. Mi sono divertito, questo sì, ma io sono uno del popolo. I miei genitori avevano due panifici per cui ho sempre conosciuto il significato della parola “sacrificio”. Se non avessi voglia di sacrificarmi, oggi non sarei un lavoratore dipendente e spenderei quei soldi che ho guadagnato. Per fortuna non mi manca nulla, ma il lavoro per un uomo è fondamentale».
Però dica la verità, non le dispiace aver dissipato parte del suo talento?
«Alt. Io ero un giocatore normale. Ho avuto la fortuna di vivere bei momenti nel calcio. Non ho mai avuto grosse qualità».
Sì, ma se fosse nato dieci anni dopo?
«Se mi paragono con quelli che giocano adesso, penso che in questo calcio ci potrei stare. Senza dire "sono più forte di questo o di quello". Ammetto di aver giocato quando il calcio era di uno o due livelli superiore a quello attuale».
Rimpianti?
«Se all’epoca avessi avuto la testa di oggi, sarei andato al campo un’ora prima dell’allenamento e sarei andato via un’ora dopo».
E invece?
«Arrivavo dieci minuti prima, facevo la doccia e andavo via. Con una mentalità diversa avrei continuato a giocare anche alla soglia dei 40 anni».
Per la verità lei sta giocando…
«Sì, nei Portuali, in Prima categoria».
Che cosa l’ha spinta a ricominciare?
«In vecchiaia ho sentito il morso della nostalgia. Mi mancava la vita di spogliatoio, lo stare con i ragazzi, nel verso senso della parola perché sono tutti molto giovani. Addirittura, mi mancavano le trasferte. E dire che quando ero professionista le odiavo».
Di certo di cose da insegnare ai suoi “ragazzi” ne ha parecchie…
«Più che altro cerco di far capire che devono crederci sempre. Il calcio è una lotteria: se si crede in ciò che si fa, è possibile realizzare il sogno».
Cosa le è mancato per spiccare il volo?
«Non sono mai rimasto nella stessa società per un anno o due. Non ho lavorato con continuità con lo stesso allenatore e questo mi ha penalizzato. D’altronde l’Empoli mi mandava spesso in prestito. Forse avrei dovuto rimanere di più in azzurro. Ma ormai».
E da ‘prestito’ non si trovava bene?
«Se non giocavo, non avevo la pazienza di aspettare il mio turno. Sono errori che ho capito con gli anni. Ero troppo giovane: 20-21 anni e guadagnavo dai cinque ai diecimila euro al mese. Stavo in panchina, poi magari arrivava la richiesta del Teramo in C1 con una proposta d’ingaggio ancora superiore. E accettavo. Ma non mettevo mai le radici. Ecco un altro rimpianto: essere andato via dal grande Palermo di Miccoli e Cavani e anche dal Parma. Sì, sarei bugiardo se dicessi che non ho rimpianti. Ma nel complesso va bene così. Un paio di case me le sono comprate».
Ha pure toccato il mondo dello spettacolo. Che ricordi conserva di quella doppia esperienza?
«Lo spettacolo è come il calcio: ti usa e ti getta. Per fortuna io l’ho preso come un divertimento destinato a finire presto. Non ho mai pensato di sfondare come divo della tv. Se ci fosse stata la possibilità non l’avrei certo buttata via, ma sono assolutamente contento di quel che ho fatto. Ho partecipato a Uomini e Donne dopo la morte di mia madre. Avevo il cervello spento e avevo necessità di ripartire da qualche parte».
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Poi Temptation Island
«Sì, in un altro momento particolare della mia vita: mi ero lasciato dalla mia compagna e volevo staccare dalla routine che mi faceva male».
Torniamo al calcio. Quali sono i suoi ricordi più cari?
«L’esordio in serie A nel 2006: Sampdoria-Empoli. Entrai e presi un rigore. Il gol al Bari segnato con la maglia del Livorno, il gol al Pisa con la maglia della Reggiana: ricordate? Esultando mostrando la maglia con la scritta ‘Livornesi’. E poi aver segnato in tutte le categorie professionistiche dalla C2 alla A, mi riempie d’orgoglio».
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Amici nel calcio ne ha?
«No, non è facile averne. Però sono nella chat del Livorno 2003/04, quello della promozione in A. Abbiamo tutti fatto gli auguri a Ciaramitaro per i 40 anni, lui li ha compiuti prima di me».
Già, che Livorno, quello…
«Ho un po’ di pudore quando vengo menzionato dai tifosi per quella promozione. Ero un ragazzo. Avevo 21 anni. Giocai 7 partite. Di certo, per esempio, uno come Cannarsa, quel campionato lo visse più di me».
E il Livorno di oggi le piace?
«Stiamo rinascendo. Il presidente Toccafondi è una persona serissima che sta gestendo bene la società. E poi dentro c’è il mentore Igor Protti. Può bastare? Sono certo che la società restituirà alla città l’entusiasmo che merita».
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