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Versilia

Paolo Bertolucci: «Sì, anche il tennis ripartirà»

Gabriele Noli
Paolo Bertolucci: «Sì, anche il tennis ripartirà»

Quarant’anni fa il trionfo a Montecarlo in coppia con Adriano Panatta «Non possiamo pensare di tenere i ragazzi chiusi in casa con l’arrivo del caldo»

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viareggio

Lo definisce «mondo sommerso». Ed è quello che più lo preoccupa perché chi ne fa parte «rischia di non arrivare a fine mese». Paolo Bertolucci pensa ai giocatori che del tennis costituiscono norma e non eccezione, inteso come livello, «dalla posizione 200 in giù». Considerazione che, se estesa, finisce inevitabilmente per comprendere anche i circoli, in attesa di conoscere tempi e modalità di riapertura.

“Pasta Kid”, così lo aveva ribattezzato un commentatore americano per la commistione di talento e passione per la buona tavola, sta trascorrendo il periodo di confinamento nella “sua” Verona, distante fisicamente ma non con il pensiero da Forte dei Marmi, dove è nato ed ha vissuto da bambino, prima di cominciare la scalata al successo, con la conquista della Coppa Davis del 1976 come apice. Ricominciare a commentare le partite dei migliori tennisti al mondo su Sky Sport è un’intenzione destinata a rimanere per il momento tale, in balìa dello sviluppo della pandemia.

Bertolucci, come procedono queste settimane di isolamento?

«Io sto bene, per quanto la definizione sia relativa, non mi posso certo lamentare. Vicino casa c’è un supermercato. All’inizio, con poche persone per strada, tutte con le mascherine, sembrava di assistere ad un film di fantascienza ed invece era tutto vero. Io volevo scendere a Forte dei Marmi, ma non è stato possibile. Ne usciremo? Sì, seppur con le ossa rotte».

Bisogna ripartire, in campo e fuori?

«E’ un passo necessario. Non si può pensare di tenere i ragazzi chiusi in casa con l’arrivo del grande caldo, nemmeno con l’esercito. Occorre andare avanti, ovviamente con le precauzioni necessarie: un graduale ritorno alla vita».

Il problema nel tennis riguarda soprattutto quello che lei definisce il “mondo sommerso”.

«I tornei principali si salveranno comunque, anche se per un anno non si disputano. Chi subirà maggiormente gli effetti di questa emergenza sono i giocatori e le manifestazioni ordinari, che non rientrano nell’’élite. Va bene l’ottimismo, ma non dobbiamo raccontarci favole».

Sergio Marrai afferma di non concepire il tennis senza pubblico: lei è d’accordo?

«Sarebbe una situazione particolare, a me non è mai capitato. Intanto per prevenire il contagio smettiamola con i giocatori che chiedono l’asciugamano al raccattapalle dopo ogni punto».

Sono trascorsi 40 anni esatti dal successo in doppio con Panatta a Montecarlo. Che rapporto ha coi ricordi dei suoi trionfi passati?

«Nella vita c’è un periodo ben definito per ogni fase. Per me è sempre stato così: tennista, allenatore, ora commentatore in tv. Non mi alimento di ricordi, per quanto bellissimi. Io non possiedo più divise o oggetti legati a quando giocavo, giusto quattro o cinque coppe. Per chi ha raggiunto il top, i rientri e le passerelle sono penosi». —

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