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Cavalcante, l’Highlander del calcio di casa nostra
Debuttò nel 1992 con il Viareggio guidato da Silvio Baldini e Marcello Tentorio Quest’anno ha contribuito alla salvezza del Quiesa in Seconda Categoria
Sono passati quasi 26 anni da quel 21 giugno del 1992 quando Silvio Baldini e Marcello Tentorio, guide tecniche del Viareggio, mandano in campo per l’ultimo quarto d’ora della gara contro la Civitanovese, al posto di Andrea Stabile, un ragazzino diciassettenne secco come un chiodo ma dotato di grande grinta e forza fisica: Enzo Cavalcante. Sono passati ventisei anni ma Enzo Cavalcante è ancora lì sui campi di gioco. A quarantatré anni compiuti da una quindicina di giorni il difensore viareggino si diverte ancora ad andare in campo («fino a quando il fisico regge, mia moglie non si arrabbia troppo e qualcuno mi vorrà – ammette – mi piacerebbe continuare a giocare ancora»). Ma non per trascinarsi dietro ad un pallone, ma per essere protagonista. Come lo è stato in questa stagione con il Quiesa di Gionata Gori che he centrato una salvezza che molti alla vigilia del torneo ritenevano impossibile. «Enzo è stato determinante – dice Gori – quando nel girone di ritorno ha giocato con continuità. Ha dato l'esempio a tutti con il suo impegno».
Cresciuto nelle file della Ninfea di Torre del Lago, nella covata che aveva partorito anche i fratelli Fruzza (Adelmo esordirà in C/2 nella stessa stagione di Enzo), i gemelli Belluomini e Florio, Enzo passa al Viareggio dove si mette in mostra nella formazione Berretti allenata da Tentorio grazie anche alla facilità, seppure giochi da difensore, ad andare a segno. Rimane altre due stagioni in rosa delle zebre disputando una gara a Fano nel campionato 1993/1994, stagione che vede anche l’esordio di Chiappini, Panesi, Signorini e Scozzi. Ragazzi che assieme ad Enzo saranno protagonisti nella stagione seguente del vittorioso cammino del Viareggio nel campionato d’Eccellenza dal quale le zebre sono dovute ripartire dopo il fallimento. Enzo gioca 31 gare segnando anche due reti, decisive, a Sangimignano e Quarrata. Rimane ancora una stagione in bianconero poi passa al Cecina dove conosce Favarin che lo vuole con sé a Castelnuovo che il tecnico pisano porta alla vittoria nel campionato di serie D 1998/1999. Rimane in Garfagnana per quattro stagioni tra i prof (con la chicca di 6 reti nel campionato 2003/2004) poi arriva l’esperienza di Savona dove gioca a fianco di Cristiano Giuntoli, il diesse del Napoli («Giocava difensore centrale e sapeva far valere la sua forza fisica») prima del ritorno in Toscana per vestire le maglie di molte società che hanno avuto modo di apprezzare oltre alla bravura anche la serietà del ragazzo viareggino.
Allora Enzo, una salvezza che tutti davano per impossibile e che invece il Quiesa ha conquistato in anticipo.
«Ci davano per spacciati prima ancora di iniziare il campionato. Effettivamente siamo partiti male ma poi nel girone di ritorno grazie anche agli innesti di ragazzi come Gemignani, Matrone e Cinquini ci siamo ripresi alla grande. Devo dire che comunque il Quiesa se la è giocata alla pari anche contro le formazioni più blasonate che mai ci hanno messo sotto. Merito del mister e di tutto l’ambiente che è veramente come una famiglia».
E anche di Cavalcante che nel girone di ritorno ha giocato con più continuità.
«Ho saltato quasi tutto il girone d’andata per il problema al polpaccio che ogni tanto mi salta fuori dopo l’intervento al tendine d’Achille. Nel girone di ritorno sono stato meglio ed ho disputato quasi tutte le gare».
Cosa ti spinge a 43 anni a stare ancora in campo?
«La passione. Mi piace ancora da matti stare in campo».
E non temi gli eventuali sfottò di qualche ragazzo più giovane?
«Devo dire che ho trovato giovani molto rispettosi. E’ vero c’è anche qualche fenomeno ma con quelli basta subito mettere in chiaro le cose…»
Insomma, come si faceva una volta quando in campo si menava per davvero.
«Quando ho iniziato io il calcio era molto più duro dal punto di vista fisico. Ma era anche migliore dal punto di vista tecnico».
Non ti piacerebbe fare l’allenatore?
«No. Qualche anno fa feci l’iscrizione al corso. Ma poi non lo frequentai. Non mi ci vedo proprio nei panni dell’allenatore».
Quindi il prossimo anno ti vedremo ancora in campo?
«Se sto bene mi piacerebbe continuare. Poi devo sentire cosa ne pensa un po’ anche mia moglie che di certo non fa i salti di gioia quando la domenica vado a giocare».
Tra gli allenatori quali sono quelli che ritieni ti abbiano dato di più?
«Senza dubbio Favarin, bravo tecnico e brava persona anche se quando gli salta la mosca al naso non ci pensa due volte ad attaccarti al muro. Poi Cardella l’attuale tecnico del Vorno, con il quale ho lavorato quando allenava la Berretti del Castelnuovo e che poi ho avuto come compagno di squadra a Marlia».
E tra i compagni di squadra quali sono stati i più bravi, tecnicamente, che hai avuto?
«Così a freddo direi Pasquini e D’Agostino a Viareggio, Laner e Pulzetti a Castelnuovo e Biffi e Bracaloni a Savona».
Tra i momenti più belli della tua carriera quali ricordi?
«La vittoria con il Viareggio nel campionato d’Eccellenza. Poi le due partite contro la Fiorentina in C/2 quando giocavo a Castelnuovo. Ricordo l’emozione di giocare al “Franchi” davanti a trentamila persone. Finì 1-1 dopo che avevamo segnato prima noi con Martelloni. Bella anche la cornice a Lucca nel ritorno che terminò 0-0. In quella stagione segnai sei reti».
Nella tua carriera hai giocato da terzino e da difensore centrale. Qual è il ruolo che hai preferito?
«Quello di terzino perché mi permetteva di spingermi in attacco per cercare la via della rete. Poi con il passare degli anni ho arretrato la mia posizione».
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