Il Tirreno

Versilia

Il difensore cresciuto per fare l’allenatore

di Massimo Guidi
Il difensore cresciuto per fare l’allenatore

Il tecnico del Quiesa prima di approdare alla guida di una squadra è sempre stato un leader in campo. «Il mio maestro è Francesco Buglio»

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MASSAROSA. Gionata Gori è sempre stato uno di quelli che, almeno nel calcio del secolo scorso, venivano definiti allenatori in campo. Fino da ragazzino, dai tempi in cui vestiva la maglia delle giovanili del Bozzano dove è stato compagno (nella formazione juniores) di Alessandro Pierini e poi nelle altre squadre dove ha giocato Gionata è sempre stato considerato un leader, per carisma ma anche per il modo di saper leggere le partite. Quindi quando ha deciso di dire basta il passaggio in panchina è stato quasi automatico. «In campo – ammette – ho sempre parlato tanto e i compagni che ho avuto mi consideravano sempre una guida».

Quarantaquattro anni, di Quiesa, Gionata inizia a tirare i suoi primi calci con il Bozzano. Ruolo difensore centrale. Il suo idolo? «Jurgen Kholer perché era un difensore un po’cattivo come quelli che piacciono a me e poi perché giocava nella mia squadra del cuore, la Juventus». Anche se rispetto al tedescone Gionata si fa apprezzare in zona gol grazie all’abilità sui calci di punizione che lo hanno portato ad essere un buon frequentatore del tabellino dei marcatori. Insomma diciamo più un Passarella che un Kholer.

Dal Bozzano passa al Massarosa dove viene valorizzato da quello che considera il suo maestro: Francesco Buglio. «Mi ha insegnato tante cose ed è quello che ha avuto fiducia in me portandomi in prima squadra». E proprio con il Massarosa vince il suo primo campionato da giocatore (quello di Prima Categoria) e l’anno seguente, a vent’anni, fa l’esordio in Promozione: «Eravamo una bella squadra con giocatori di valore come Antonucci, Maffei, Ghilarducci, Maxime Del Chiaro».

Poi uno stop di circa un paio d’anni perché c’è anche da pensare al lavoro che lo porta a Roma prima e poi a Firenze. Al ritorno in Toscana comincia ad allenarsi e torna in campo con il Bargecchia (vince la Coppa Toscana di Seconda Categoria) e poi con il Quiesa che porta dalla Terza alla Prima Categoria dove la formazione massarosese allestita con la collaborazione del direttore sportivo Paolo Bartolini ottiene un quinto posto, miglior piazzamento della sua storia calcistica. Ed è proprio con la squadra del suo paese che inizia l’avventura su una panchina. Di seguito arriveranno anche quelle con Montuolo, Massarosa e Bozzano prima del ritorno alla guida del Quiesa che ha condotto alla vittoria, inaspettata, nei playoff del campionato di Terza Categoria.

L’inizio del nuovo campionato non è stato dei migliori, te lo aspettavi in questoi modo?

«Nel preventivo avevo messo che ci saremmo trovati un po’in difficoltà. Vuoi perché per tanti ragazzi la categoria è nuova e anche per qualche limite strutturale, soprattutto in zona gol. Purtroppo creiamo tante occasioni ma sono poche quelle che riusciamo a tramutare in gol».

Come è successo anche con il Ricortola?

«Esatto. Siamo andati in vantaggio poi dopo avere preso il gol del pari nell’unica occasione concessa abbiamo sprecato almeno due o tre volte l’opportunità per tornare in vantaggio. Peccato perché questi errori penalizzano la nostra classifica alla quale manca qualche punto».

Vi rinforzerete sul cosiddetto mercato di riparazione?

«La società sta cercando di fare qualcosa. Intanto si sta allenando con noi Cinquini che avevo avuto a Massarosa. È un ragazzo tecnicamente valido, esperto delle categorie dilettanti e che sicuramente ci può dare una mano anche perché avendo un buon tiro potrebbe toglierci qualche castagna dal fuoco».

Il vostro obiettivo primario rimane quello di evitare l’ultimo posto?

«Magari anche quello di evitare i playout. Siamo ad un terzo del campionato e bisogna cercare di guardare la situazione partita dopo partita. Mi piacerebbe essere accompagnati nell’impresa anche dal paese che invece è sempre piuttosto tiepido nei confronti della squadra».

Quanto conta avere in squadra uno come Enzo Cavalcante?

«È un ragazzo sul quale posso sempre contare. La sua esperienza, come quella di Ragghianti, Lunardini e Toscano, sarà a dir poco determinante per raggiungere la salvezza».

A questi livelli quanto conta l’allenatore?

«Se vogliamo fare una percentuale diciamo il quaranta per cento».

E quali qualità deve avere?

«Deve saper gestire il gruppo e dargli stimoli. È soprattutto fare capire che tutti sono utili ma che nello stesso tempo non possono essere considerati alla stessa maniera. Mi spiego meglio: nei dilettanti ci sono ragazzi che lavorano, altri che studiano. Situazioni diverse che naturalmente vanno gestite in maniera diversa».

Con quale spirito si continua ad allenare in queste categorie magari una squadra che lotta per la salvezza?

«Ci vogliono stimoli. Certo è più gratificante allenare una squadra che lotta per vincere un campionato ma per quanto mi riguarda sono stimolato anche dal fatto di dover fare una piccola impresa con il mio Quiesa centrando la salvezza».

Hai un tuo modello di allenatore?

«Mi piace Di Francesco ma non ho un modello particolare anche perché credo che bisogna disegnare l’assetto della squadra secondo i giocatori che hai a disposizione a maggior ragione in categorie dilettantistiche dove i ragazzi si devono anche divertire».

Hai qualche rimpianto per non essere approdato in categorie superiori?

«Mi sarebbe piaciuto misurarmi in categorie superiore. Ma oltre al lavoro ed il calcio c’è anche la famiglia e a me piace spendere un po’di tempo con le mie bambine Vittoria e Cecilia e mia moglie Paola che con grande pazienza mi ha sempre seguito. Conosce tutti i campi della Toscana anche quelli più caldi della Lunigiana. Ora quando le condizioni climatiche lo permettono viene al campo con le bimbe».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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