Il Tirreno

Versilia

L'incontro

Versiliana, Bocelli si racconta: «Amo giocare a scacchi ma odio perdere, è umiliante»

di Stefano Taglione
Andrea Bocelli, a destra, con Roberto Mogranzini (foto Iacopo Giannini)
Andrea Bocelli, a destra, con Roberto Mogranzini (foto Iacopo Giannini)

Il tenore a Marina di Pietrasanta parla della sua passione col grande maestro Roberto Mogranzini: «Questo gioco andrebbe introdotto nelle scuole, fa stare i ragazzi meno sui social». Poi scherza ricordando la sua partita contro Garry Kasparov prima di un concerto a New York: «L'ho fatto vincere, ero concentrato perché dovevo cantare. Quando mi battono in casa sentono le mie urla e capiscono subito»

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MARINA DI PIETRASANTA. La sua passione per gli scacchi era nota da tempo. Ma per Andrea Bocelli – tenore toscano vanto d’Italia nel mondo – è qualcosa che va oltre. Al punto «che tante volte per finire le partite è arrivato tardi sui palcoscenici», così lo introduce la presidente della Fondazione, Paola Rovellini. Al Caffè della Versiliana, l’artista di Lajatico è stato il protagonista dell’incontro con il grande maestro emiliano (e perugino d'adozione) Roberto Mogranzini, fra i più importanti organizzatori di tornei dello Stivale e, fra l’altro, da tempo anche suo istruttore. Fra di loro, però, ieri nessuna partita. La star mondiale, parlando a Marina di Pietrasanta, ha raccontato di giocare sul sito “Chess.com”, punto di riferimento per gli appassionati delle 64 caselle, dove «avevo 1.450 punti, ora circa 900» (un livello non alto, da amatore, ndr). Usa una scacchiera speciale, con la quale tocca i pezzi e automaticamente la mossa viene inviata online. Non ha però rivelato il suo account, quindi non potremo sfidarlo se non casualmente.

«Quando ho i concerti la sera, per il fuso orario, ho sonno. Il sonno – spiega il tenore – butta giù la voce e ho trovato un rimedio fantastico: comincio una partita e mi passa subito. Una volta ho affrontato Garry Kasparov (il campione russo, con Magnus Carlsen forse il più forte di sempre, ndr): mi esibivo a New York ed è venuto a vedermi. È passato dal camerino, ha visto la scacchiera e abbiamo giocato. È durata poco: l’ho fatto vincere perché dovevo essere concentrato a cantare – prosegue ridendo –. Mi dà molto fastidio perdere: se c’è una cosa che odio, è questo. Quando perdo “tiro” delle urla che le sentono in tutte le stanze di casa, non hanno niente a che fare con l’arte. Gli scacchi sono crudeli: perdere è un’umiliazione. Se dovessi accomunarli a uno sport, penserei al pugilato. La persona con la quale mi darebbe più fastidio perdere? Mia moglie», risponde.

A tal proposito mostra sulla scacchiera una partita in cui ha “preso matto” in sei mosse. Ingolosito dalla cattura di una donna con l’alfiere, infatti, pochi secondi dopo l’avversario lo ha punito: «Quella volta penso di essermi danneggiato le corde vocali», rivela. «Il problema è che lui quando gioca mangia tutto...», sostiene Mogranzini.

Poi Bocelli racconta gli inizi di questa passione. «Avevo 12 anni, ero qui in Versilia. Sulla spiaggia – le sue parole – ho incontrato un nipote di Camillo Benso Conte di Cavour, Aldo Ara, un uomo straordinario. Giocava a scacchi: in gioventù fu campione toscano all’università e io imparai rapidamente. Il problema è che vivevo in una piccola frazione di Lajatico, 36 abitanti, e nessuno giocava, quindi ho smesso subito, riprendendo quando ho scoperto che si poteva giocare online. È stata la mia rovina».

Fra le sue “aperture” preferite, la sequenza di mosse con cui si inizia di bianco, il “Sistema di Londra”. La prima mossa prevede l’avanzamento del pedone di donna, detta “d4”. «Questo gioco – conclude – è eccezionale per la mente e fa stare i ragazzi meno sui social». «Gli scacchi – gli fa eco Mogranzini – si potrebbero usare come gioco che educa la mente col tablet. Non devono essere solo competizione». «Dovrebbero introdurli a scuola, come accade in molti Paesi – gli risponde Bocelli –. Penso che i ragazzi la frequenterebbero più volentieri». Fra la musica e il “nobil giuoco”, dice il cantante, «non penso però che ci sia alcun aspetto in comune». l
 

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