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La storia

Maria Rita, una morte senza colpevoli: archiviazione per tre medici

di Pietro Barghigiani
Maria Rita, una morte senza colpevoli: archiviazione per tre medici<br>

La 65enne venne trovata senza vita nel parco “La Tinaia” la vigilia di Ferragosto 2025

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VIAREGGIO. Una morte senza responsabili quella di Maria Rita Morrone, ex insegnante, 65enne, originaria della provincia di Cosenza, colpita da un malore all’alba del 14 agosto del 2025 nel parco “La Tinaia” a Viareggio. Un addio che si potrebbe raccontare come una storia di solitudine, ma non di abbandono, in un dramma che scosse la città. La vittima non era un fantasma in una società che ignora gli invisibili. Veniva aiutata e sostenuta da parrocchia, Comune e volontariato dell’unità di strada.

Viveva con il marito Mario, 67 anni, in una condizione di estrema marginalità sociale. L’auto era diventata la loro casa, il parco il luogo dove passavano le giornate. Erano arrivati in città in aprile. Presenze conosciute dall’Asl e dall’ambiente ospedaliero. Spesso la signora, nonostante una salute precaria, non voleva saperne di entrare al pronto soccorso. Una ritrosia alle cure che alla fine le è costata la vita.

L’ultima visita al Versilia risale a due giorni prima del decesso. In un precedente accesso del 3 agosto, la donna se ne era andata prima di essere visitata. Il primo agosto si era sottoposta a un controllo, con relative medicazioni. I sanitari avevano confermato la gravità delle condizioni delle gambe prospettando la necessità di un esame più approfondito. L’autopsia chiarì la causa della morte: un’embolia polmonare massiva in trombosi venosa profonda bilaterale.

Proprio quel giorno, beffa del destino, era arrivata la disponibilità di una struttura ad Aulla che, diversamente da altre situazioni rifiutate, avrebbe accolto i coniugi. Inseparabili, a costo di avere come tetto un cielo di stelle.

Dopo aver indagato tre medici del pronto soccorso per omicidio colposo in ambito di prestazioni sanitarie, il pm Antonio Mariotti ha chiesto e ottenuto l’archiviazione firmata dal gip Alessandro Dal Torrione. Non ci sono elementi per arrivare a una ragionevole previsione di condanna è il senso del provvedimento. C’è spazio, eventualmente, per un’azione civile verso l’ospedale che sarà valutata dal marito, assistito dall’avvocato Enrico Carboni.

Le due dottoresse, di 39 e 41 anni, erano assistite dagli avvocati Francesco Frezza di Lucca e Matteo Guerri di Pistoia. Nessun legale per il collega 65enne del pronto soccorso.

In sostanza si è arrivati all’archiviazione perché gli accertamenti disposti, senza urgenza, dalle dottoresse alla paziente alla fine non avrebbero cambiato il corso di un destino ormai segnato.

«La paziente non aveva presentato in occasione dei vari accessi al pronto soccorso sintomi o segni né di trombosi venosa profonda, né di embolia polmonare – sottolinea la Procura -. Non era indicato un ricovero sul piano strettamente clinico. Considerate le condizioni di vita della Morrone e il suo comportamento in occasione dei vari accessi in pronto soccorso vi è incertezza sul fatto che la stessa avrebbe accettato il ricovero ospedaliero ove raccomandato ma anche l’adesione alla terapia farmacologica con anticoagulanti».

Una vita deragliata dagli schemi ordinari quella della 65enne che soffriva di gravissime patologie alle gambe. Problemi di salute seri che, secondo l’archiviazione, non avrebbero ricevuto una risposta salvavita neanche con ulteriori approfondimenti diagnostici.

«Si può ragionevolmente affermare che, se anche la paziente avesse eseguito una ecocolordoppler allo scopo di diagnosi differenziale della elefantiasi e delle ulcere come sarebbe stato indicato, sia pure senza caratteri d’urgenza, e si fosse evidenziata la presenza di una trombosi venosa profonda, il trattamento di quest’ultima con terapia anticoagulante avrebbe ridotto significativamente il rischio di sviluppare un’embolia polmonare, ma non sino alla quasi totale eliminazione» è la tesi del pm.

Alla base dell’archiviazione c’è la consulenza dei tecnici della Procura, accolta anche dal gip, secondo la quale «si può ritenere ragionevolmente prospettabile un abbattimento del rischio dell’ordine del 70% e ciò pertanto (fatte salve le dovute riserve sopra espresse in merito all’effettiva compliance della paziente alle indicazioni terapeutiche) non consente di poter affermare che, con probabilità elevata, prossima alla certezza, si sarebbe potuto evitare l’insorgenza dell’embolia polmonare che ha portato al decesso della paziente».

Una sorte già scritta per una donna dalla vita complicata che se ne andò in silenzio la vigilia di Ferragosto sulla panchina di un parcol


 

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