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Viareggio, muore a 68 anni dopo tre richieste respinte di suicidio assistito – «Stefano se ne è andato come non voleva»
Il caso solleva nuovamente il tema delle diverse interpretazioni sul trattamento di sostegno vitale: tra pareri discordanti, ricorsi respinti e l’assenza di una legge nazionale, la vicenda dell’uomo viareggino arriva alla Consulta come esempio delle difficoltà affrontate da chi chiede l’accesso alla morte volontaria assistita
VIAREGGIO. «Stefano è morto soffrendo a causa delle ambigue interpretazioni del trattamento di sostegno vitale». Le parole dell’associazione Luca Coscioni, a pochi giorni dall’udienza del 23 giugno davanti alla Corte costituzionale sul fine vita, scuotono la città di Viareggio.
Chi era “Stefano”
“Stefano” è il nome di fantasia di un uomo di 68 anni, residente a Viareggio, morto nelle scorse settimane. «Senza aver ottenuto il riconoscimento del requisito del trattamento di sostegno vitale dalla commissione medica della propria Asl, nonostante il parere positivo del comitato etico e la sussistenza di tutti i requisiti previsti dalla sentenza Cappato/Dj Fabo – spiegano all’associazione – “Stefano” era affetto da atrofia multisistemica, una malattia neurodegenerativa progressiva e irreversibile. Negli ultimi mesi di vita era completamente allettato, privo di autonomia motoria e dipendente dall’assistenza continua di altre persone. Aveva un catetere vescicale permanente, aveva bisogno di ossigenoterapia e assumeva insulina quattro volte al giorno per il diabete».
La richiesta alla Asl e il rifiuto
Stando a quanto riferiscono dall’associazione, il 30 aprile 2025 “Stefano” avrebbe chiesto alla Asl Toscana Nord-Ovest la verifica delle condizioni previste dalla sentenza Cappato/Dj Fabo della Corte costituzionale (la 242 del 2019) per accedere al suicidio medicalmente assistito. Ma la richiesta sarebbe stata respinta.
Il nodo del “trattamento di sostegno vitale”
«Secondo la Asl mancava il quarto requisito previsto dalla sentenza 242 – osservano dall’associazione – la dipendenza da un trattamento di sostegno vitale. Per l’azienda sanitaria, infatti, il catetere, l’ossigenoterapia e l’insulina non erano sufficienti a integrare tale requisito perché la loro sospensione non avrebbe provocato la morte in tempi brevi. Nonostante la Corte costituzionale, con le sentenze 135/2024 e 66/2025, abbia dato una interpretazione estensiva di questo requisito, che include anche la dipendenza dall’assistenza continuativa, il catetere vescicale e le terapie farmacologiche».
I ricorsi respinti
Assistito dal collegio legale coordinato da Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’associazione Luca Coscioni, “Stefano” ha tentato un ricorso d’urgenza al tribunale di Pisa e poi un reclamo contro la decisione del giudice. Entrambi respinti.
La denuncia dell’associazione
«Stefano è morto come non avrebbe voluto, avvilito anche dal comportamento della commissione durante le visite e dai dinieghi non fondati – dichiarano Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente segretaria nazionale e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni –. Non perché mancassero le condizioni di sofferenza o la capacità di autodeterminarsi, ma perché un requisito interpretato in modo diverso da Asl e tribunali continua a creare discriminazioni tra persone nelle stesse condizioni».
L’appello per una legge chiara
«La sua storia – proseguono i due – dimostra quanto sia urgente una decisione chiara e valida per tutti. A sette anni dal primo intervento della Corte costituzionale sul tema, l’assenza di una legge nazionale continua infatti a lasciare spazio a interpretazioni differenti da parte delle oltre cento Asl italiane e dei tribunali chiamati a pronunciarsi sui singoli casi. Su storie di persone che possiedono tutti i requisiti sostanziali per accedere alla morte volontaria assistita, ma che vedono la propria richiesta respinta a causa di letture restrittive del concetto di trattamento di sostegno vitale e finiscono per morire tra sofferenze che avrebbero voluto evitare».
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