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Il caso

Garlasco, niente accordo Stasi-Vagli: la criminologa toscana resta sotto processo

di Pietro Barghigiani

	Anna Vagli
Anna Vagli

L’accusa è diffamazione, a giudizio come responsabili civili anche l’editore e il direttore di Fanpage

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VIAREGGIO. Nessun accordo tra le parti e il processo in cui la criminologa forense Anna Vagli è accusata di diffamazione aggravata nei confronti di Alberto Stasi va avanti. Con una novità emersa nell’ultima udienza davanti al giudice Nidia Genovese: per l’editore e il direttore di Fanpage è stata disposta la citazione a giudizio come responsabili civili nel procedimento penale scaturito da un articolo che l’opinionista Vagli, 36 anni di Forte dei Marmi, aveva firmato nel maggio 2022 sul caso Garlasco indicando un movente per il delitto, quello della pedopornografia, che, secondo i legali Stasi, non è mai stato accertato.

Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni (ora in semilibertà) per l’omicidio, il 13 agosto 2007, della fidanzata Chiara Poggi, si è costituito parte civile contro la criminologa attraverso un tutore legale. In aula era presente la sua storica avvocata Giada Bocellari. Il confronto per chiudere con una transazione la richiesta danni presentata dal 42enne non è andato a buon fine. Top secret la somma chiesta da Stasi per ritirare la querela, ma non si tratterebbe di poche migliaia di euro. Di qui la prosecuzione del processo con l’ingresso delle parti processuali, solo a livello civile, chiamate a rispondere in solido con l’imputata Vagli. Se a questo punto Fanpage decidesse di risarcire Stasi, il processo approderebbe a una sentenza di non doversi procedere per remissione di querela. Al contrario, a partire dalla prossima udienza, verrebbero calendarizzate le date per sentire i testi in attesa della sentenza.

L’indagine su Andrea Sempio, indagato di recente dalla Procura di Pavia in concorso con altri per il delitto di Garlasco, non c’entra con il procedimento che riguarda la dottoressa Vagli.

La storia risale a quasi quattro anni fa quando la criminologa su Fanpage scrisse un articolo dal titolo “Perché Alberto Stasi è l’assassino di Chiara Poggi al di là di ogni ragionevole dubbio”. Per l’autrice dello scritto – da sempre colpevolista sul caso che divide l’Italia – il movente era da imputare alla scoperta della vittima di materiale pedopornografico nel computer del fidanzato. Di qui la richiesta di chiarimenti e la lite finita nel sangue la mattina del 13 agosto 2007. Le sentenze escludono quel movente.

«Sul pc il laureando (Stasi, ndr) nascondeva anche una cartella denominata Militare. Al suo interno era contenuto materiale pedopornografico» aveva scritto la criminologa. È quel passaggio contestato da Stasi e dai suoi legali. Non solo l’appello bis, poi reso definitivo dalla Cassazione, non ha chiarito il movente, ma agli atti c’è la sentenza di annullamento senza rinvio con cui la Cassazione «ha annullato perché il fatto non sussiste la condanna di Stasi per il reato di detenzione di materiale pedopornografico (in assenza di prove su come fossero pervenuti nel suo computer alcuni frammenti di file di tale contenuto, nonché sul fatto che l’imputato li avesse visionati o che dal nome dei medesimi se ne potesse arguire il suddetto contenuto o che il predetto avesse utilizzato una ben individuata stringa di ricerca volta a tale scopo) strettamente individuabile nelle sue implicazioni come una possibile causa del delitto». È un dato certificato che Stasi non è mai stato condannato per detenzione di materiale pedopornografico. Aveva file di genere pornografico, ma con adulti e di cui Chiara era a conoscenza. Niente pedofilia come effetto scatenante del litigio concluso con il delitto.

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