Il Tirreno

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La storia

Lo strano mistero della balena apparsa a Viareggio dal passato

di Stefano Pasquinucci

	Le indagini con il georadar effettuate nel campo di via dei Comparini dove è sepolta la balena a due metri di profondità
Le indagini con il georadar effettuate nel campo di via dei Comparini dove è sepolta la balena a due metri di profondità

In un campo non distante dal passaggio al livello di via dei Comparini il ritrovamento casuale di quattro vertebre di un cetaceo di oltre 20 metri

01 aprile 2024
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«Chiamatemi Ismaele...» è uno degli incipit letterari più famosi di sempre. L'inizio del romanzo “Moby Dick o la balena bianca”, scritto nel 1851 da Herman Melville. Le avventure della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di balene, ma soprattutto della balena bianca. Un capolavoro della letteratura americana tradotto, nella versione italiana, da Cesare Pavese che per illustrare le terminologie del mare e della navigazione si avvalse della collaborazione di un grande scrittore viareggino: Silvio Micheli. Una premessa ambiziosa e necessaria per accompagnarvi in una storia affascinante che potrebbe avere interessanti sviluppi futuri per la nostra città.

L'inizio, l'incipit appunto, lo collochiamo indicativamente intorno all'anno mille, il basso medioevo. La linea di costa del tratto di terra che oggi chiamiamo Versilia è più avanzata di quella attuale. Alle curve di Motrone a Marina di Pietrasanta, ad esempio, è attivo un porto le cui prime notizie certe risalgono al 1084 e nella zona che sarebbe successivamente diventata Viareggio, il mare non si è ancora ritirato. Ne è una riprova il Castrum de via Regia, ultimato il 2 gennaio 1172 nei terreni della ex Salov, a difesa e sorveglianza delle acque antistanti. Ed è in queste condizioni ambientali, in questo mare, che circa dieci centinaia di anni fa nuotano le balene.

Una, in particolare, ci interessa. È la protagonista del nostro racconto che, a questo punto, deve necessariamente fare un lungo salto in avanti sulla pedana del tempo: siamo nel 2007, a circa due chilometri dalla costa, nella zona del passaggio a livello di via dei Comparini dove, in pratica, dovrebbe essere costruita una nuova piscina. Cecilia Funel, in un terreno di sua proprietà, scopre quattro strani oggetti. Potrebbero essere qualsiasi cosa, senza importanza e senza interesse e, per questo, a condizioni normali sarebbero destinati all'oblio della raccolta differenziata, ma l'intuito, o chissà cosa, spingono la signora Funel a chiedere una parere ad un'amica. Si tratta di Francesca Anichini, giovane archeologa che, giunta sul luogo, non ha dubbi; sono resti di un grande animale, probabilmente una creatura marina.

Si attiva così un circuito virtuoso che porta al coinvolgimento di esperti e studiosi che confermano la prima ipotesi. Quelle ritrovate sono quattro vertebre caudali, di 30 centimetri circa ciascuna, di una balena. Per conoscerla meglio abbiamo chiesto aiuto a due persone che questa scoperta la stanno seguendo, con impegno, competenza e passione sin dalle prime fasi. Giovanni Bianucci, professore associato di Paleontologia presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, esperto in cetacei fossili e Monica Bini, professoressa associata di Geomorfologia presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università degli studi di Pisa che conduce ricerche sull'evoluzione del paesaggio e sull'impatto antropico nel tempo.

L'animale - dicono - i cui resti si trovano a circa 2 metri di profondità, dovrebbe avere una lunghezza che supera i 20 metri. Si tratterebbe di una balenottera comune o una balenottera azzurra che, per il Mediterraneo, rappresenterebbe una novità. La situazione al momento ruota attorno a due ipotesi: i resti riemersi dalla terra che prima era mare sono una presenza isolata e, in pratica, tutto finisce qua, oppure effettivamente in quel luogo esiste uno scheletro intero che apre importanti sviluppi e prospettive.

Per saperlo non dovremo attendere molto. Terminate le ultime indagini con il georadar, gli esperti stanno studiano e verificando i dati che, entro poche settimane, saranno resi noti. «Dal punto di vista scientifico, contestualizzare il ritrovamento nell’ambito dell’evoluzione della pianura costiera versiliese potrebbe avere un’importanza rilevante. In particolare potrebbe contribuire a definire nel dettaglio le tempistiche di progradazione di questo tratto costiero. Si potranno così indagare meglio le cause, non solo di questo fenomeno di progressiva sedimentazione, ma anche delle eventuali stasi sedimentarie o addirittura di fasi di retrogradazione con indubbie ricadute anche sulla possibile evoluzione futura di questo territorio», sottolinea Monica Bini.

«Lo scheletro – aggiunge il professor Giovanni Bianucci – riveste una grande importanza scientifica, didattica e mediatica per molti motivi legati principalmente alle sue enormi dimensioni. In particolare, rappresenta un tassello importante per ricostruire gli effetti dell’impatto antropico e della recente evoluzione climatica sull’ecosistema Mediterraneo. Supporta, infatti, l’ipotesi avvallata da diversi ritrovamenti fossili e archeologici, che in passato le balene del Mediterraneo fossero più grandi e diversificate di quelle attuali».

Non resta che aspettare, quindi, consapevoli, comunque, che tutto questo impegno sviluppatosi in conseguenza del ritrovamento, non si fermerà. Il Comune di Viareggio ha creato un gruppo di lavoro guidato dal Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa con sede all'interno del Teatro Caruso a Torre del Lago Puccini. Lo scheletro rappresenterebbe un bene culturale, il sito produrrebbe un positivo ritorno di immagine. La valorizzazione del nostro territorio e della sua storia, l'educazione ambientale, il coinvolgimento delle scuole e della città, sono comunque le basi di un progetto che tutti noi potremo fare nostro, alla stregua di un bel libro che, pagina dopo pagina, ti appassiona ed emoziona sempre di più.

Ah – dimenticavo – la “nostra” balena ha un nome: «Chiamatela Ondona...».  

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