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Viareggio, Francesco e la vita “sospesa” dopo l’incidente in Fi-Pi-Li: «Il coma, le cure, così è rinato nostro figlio»

di Donatella Francesconi

	Francesco Carelli in divisa con il padre Giuseppe e la madre Maria Oliva
Francesco Carelli in divisa con il padre Giuseppe e la madre Maria Oliva

Lo schianto l’11 marzo dello scorso anno mentre il giovane, allievo della Scuola Marescialli dell’Arma dei carabinieri a Firenze, viaggiava in sella alla moto appena ritirata. Il racconto dei genitori

31 marzo 2024
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VIAREGGIO. È l’undici marzo 2023 quando Francesco Carelli, allievo del secondo anno della Scuola Marescialli dell’Arma dei carabinieri con sede a Firenze che frequenta con profitto ottimo, viaggia in sella alla sua moto appena ritirata. In quello stesso giorno i suoi genitori vivono un appuntamento speciale: il consueto pellegrinaggio a Pompei, insieme alla comunità di Celle di Bulgheria, accompagnati dal vescovo Antonio De Luca e dal parroco, don Vincenzo Contaldi. È all’interno del Santuario che arriva la telefonata: Francesco ha avuto un incidente mentre percorreva la Fi-Pi-Li in moto. L’auto che lo precedeva ha sorpassato il mezzo che aveva davanti senza accorgersi che stava arrivando la moto. Francesco è già all’ospedale di Cisanello, lo operano e i genitori devono partire immediatamente. «La luce si spegne e le tenebre sembrano prendere il sopravvento su tutti noi», è il ricordo di papà Giuseppe che, insieme alla moglie Maria, non ha lasciato solo il figlio neppure un minuto del lunghissimo percorso intrapreso. «Francesco, nell’impatto con l’auto», ricorda il padre, dipendente dell’Asl Salerno (Campania), «è letteralmente volato nel senso di marcia opposto, piombando sull’asfalto a 2-3 metri di distanza appena da un camion che è riuscito a frenare per tempo e ha fatto da barriera agli altri mezzi che altrimenti avrebbero investito mio figlio». L’impatto con il suolo è violentissimo: «Francesco ha riportato fratture agli arti superiori e inferiori, lesioni interne, ma soprattutto un danno assonale gravissimo», che ha coinvolto il cervello.

Quando Giuseppe e Maria arrivano a Cisanello la situazione clinica è disperata. Intorno ai due genitori si stringono l’Arma dei carabinieri, i colleghi di Francesco, il personale del 118 che ha soccorso il ragazzo, medici e personale tutto del reparto di Rianimazione all’epoca diretto dal dottor Malacarne: «Era una Rianimazione aperta. E ancora ringraziamo per la possibilità che ci è stata data di stare così vicino a nostro figlio», ricorda Giuseppe. A Cisanello, Francesco rimane un mese. Poi arriva il trasferimento al Versilia, nel reparto di riabilitazione diretto dal dottor Posteraro.

È l’undici aprile – il giorno dopo Pasquetta – un mese dal terribile incidente, quando Francesco (oggi quasi 24enne) torna a riaprire gli occhi. «Le prime parole sono state mamma e papà», è il ricordo del padre che strappa il cuore: «Da lì è nato per la seconda volta».

In quel mese infinito di vita appesa a un filo, Giuseppe e Maria non sono mai soli. A casa della famiglia – che vive in provincia di Salerno, a Celle di Bulgheria e che oltre a Francesco ha altri due figli, Anna e Giovanni – le veglie di preghiera riempiono la chiesa. Mentre i colleghi della Scuola Marescialli fanno i turni in ospedale. È un grande abbraccio collettivo quello che avvolge l’intera famiglia del giovane carabiniere: «La vicinanza di tante persone ha dato supporto a tutti noi», spiega mamma Maria, insegnante di sostegno. E papà Giuseppe aggiunge: «Non abbiamo mai mollato di un centimetro, grazie anche al fatto che si è creata una “squadra fortissimi”, per dirla con la canzone di Zalone».

I genitori di Francesco si sono trasferiti in Versilia per tutta la permanenza del figlio che, giorno dopo giorno, ha reimparato a vivere. Trasferimento possibile grazie alla ospitalità garantita da alcune suore «con le quali ci sentiamo ancora spessissimo», continua il racconto Giuseppe Carelli. E abbiamo incontrato Donatella Pedrini della Caritas e la psicologa Marica Esposito che è di un paese vicino al mio e dopo 40 anni ci siano ritrovati. Abbiamo avuto la fortuna di avere come consulente Stefania Tocchini, neuropsicologa Asl Toscana Nord-Ovest, che è una persona immensa. Un grazie dal profondo dei nostri cuori va a tutti coloro che hanno avuto cura di Francesco all’ospedale Versilia».

Ospedale che Francesco ha potuto lasciare molti mesi prima del ritorno definitivo a casa, grazie alla riabilitazione a distanza sperimentata dal reparto d’eccellenza diretto dal dottor Posteraro. Soluzione che ha permesso a Francesco di vivere, insieme ai suoi genitori, nell’abitazione messa a disposizione dalle religiose (suor Nicla, suor Santina e suor Anna Chiara): «Caro Francesco, abbiamo percorso insieme un tratto del cammino della vita. Abbiamo seguito e condiviso i tuoi progressi con l’aiuto dei medici, dei tuoi familiari e di tanti amici dei quali conosci i nomi e i volti indimenticabili. Coraggio. Sei giovane, bello, intelligente e soprattutto buono. Sii forte e fiducioso e vedrai realizzare i tuoi sogni, sostenuto dai valori a cui credi e dalla famiglia speciale che ti ama e dagli amici che ti circondano. Ti vogliamo bene e ti auguriamo un futuro sereno e benedetto da Dio. Rimarrai per sempre nei nostri cuori e nel nostro ricordo».

Una famiglia speciale, quella di Francesco Carelli, per la forza dimostrata che non è mai diventata chiusura, indurimento a causa del dramma vissuto. Lo si coglie bene nelle parole di mamma Maria: «Nonostante l’immensa gioia per i progressi di mio figlio, mi è dispiaciuto tantissimo vedere altri giovani pazienti continuare a stare male Ci sono molte più persone di quanto si pensi che vivono situazioni simili alla nostra».

Francesco al telefono con il Tirreno è emozionato nel ringraziare per l’attenzione. Si capisce che scalpita, che la testa è a Firenze, in classe con i suoi colleghi, mentre nel paese di origine fa palestra e punta a raggiungere il recupero fisico totale nel tempo più breve possibile. «Ha fatto passi da gigante e ce la sta mettendo tutta», sono le parole della madre: «Scalpita, anche se ci sono momenti di sconforto nei quali la domanda è sempre “ce la faccio?”. La famiglia ha una certezza: ce la farà e sarà un uomo migliore, grazie alla sensibilità che questa brutta storia gli ha lasciato in dono.




 

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