Il presidio
I bagni verso le aste, l’esperto: «Comuni abbandonati a se stessi». Perché è importante il caso-Jesolo
Alessandro Del Dotto, avvocato specializzato in concessioni: «Il caso Jesolo dice che non si salva neppure chi già fa le gare»
Un quadro normativo «tanto incerto» che «neppure se i Comuni fanno le gare sono sicuri che tutto vada bene»: così Alessandro Del Dotto, avvocato esperto di demanio e concessioni oltre che sindaco di Camaiore per 10 anni, spiega il quadro che la categoria sta vivendo in questo momento. Il riferimento è a quanto avvenuto a Jesolo: «Agcom ha mandato una lettera anche al Comune di Jesolo, dicendo bravi ad aver fatto la gara ma avete sbagliato i criteri». In particolare Agcom, relativamente alla durata delle concessioni assegnate tramite gara, specifica alla amministrazione di Jesolo: «Si ribadisce che, al fine di non vanificare il ricorso a procedure concorrenziali di assegnazione, le concessioni dovrebbero avere una durata limitata, commisurata al valore della concessione e alla sua complessità organizzativa. Gli investimenti dovrebbero essere proporzionati alla durata della concessione, la quale, a sua volta, non dovrebbe eccedere il tempo ragionevolmente necessario per il recupero degli investimenti autorizzati dall’ente concedente in sede di assegnazione della concessione e un’equa remunerazione del capitale investito».
Dopo l’atto di Agcom nei confronti dei Comuni che hanno utilizzato la cosiddetta “legge Draghi” per posticipare di un anno le gare e il rischio che la stessa Autorità _ passati due mesi senza aste _ impugni le delibere degli Enti pubblici, gli stessi come possono fare adesso?
«I Comuni possono produrre tutti gli atti che devono produrre. Hanno comunque sfruttato l’opportunità di allungamento dei tempi prevista dalla legge Draghi. La base di legittimità c’è, e non vedo particolari problemi. C’è un potere che i Comuni hanno perché di fronte alle criticità avevano un anno in più prima di procedere con le gare. Detto questo, è vero che gli Enti pubblici locali si ritrovano totalmente scoperti: sono gestori del Demanio, ma non hanno direttive da Agenzia del Demanio che è il proprietario dei beni demaniali e neppure dallo Stato che alla Agenzia dovrebbe fornire le stesse direttive. Così, i Comuni dovrebbero prepararsi a fare le gare, ma contemporaneamente prepararsi a vedersi arrivare diffide dalla Autorità che dice che non le gare non sono fatte bene. Mentre non c’è una legge che determini i criteri di assegnazione delle concessioni. Siamo, insomma, nell’ambito della più totale incertezza del diritto».
Da più parti si mette in evidenza che ci si potrebbe trovare – ad aste completate – a stabilimenti balneari assegnati con criteri diversi anche di durata delle concessioni tra territori confinanti: possibile?
«La normativa vigente stabilisce che la durata vada da un minimo di sei a un massimo di venti anni. Non c’è dubbio, però, che sia la Pianificazione urbanistica che crea presupposti per i Piani di investimento delle imprese balneari. Inevitabilmente si finisce in un sistema di questo tipo, dove le regole urbanistiche e gli ambienti diversi da zona a zona creano vantaggi o svantaggi a essere concessionari in una zona piuttosto che in un’altra».
Sullo sfondo persiste la posizione del Governo italiano con la mappatura delle spiagge realizzata e la conclusione che in Italia la risorsa-spiaggia non sia limitata: questo si ritiene sia sufficiente a “convincere” l’Europa che l’Italia non ha necessità di ricorrere alle gare degli stabilimenti balneari. È così?
«Stiamo a vedere dove porta la soluzione del Governo. A mio avviso non si può contare sul doppio binario, per cui la Direttiva europea si applica solo là dove vi sia scarsità di risorsa. L’indirizzo dato dall’Europa è chiaro: se la risorsa-spiaggia non è scarsa, si mandano a gara le concessioni che non sono ancora assegnate e poi, per tempo, ci si mandano le altre».
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