Il Tirreno

Versilia

Carnevale di Viareggio, parla Antonio Ricci: «La satira vada avanti o verrà disinnescata»

di Matteo Tuccini
La premiazione di Antonio Ricci (foto Paglianti)
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La premiazione di Antonio Ricci (foto Paglianti)

La lezione del papà di “Striscia”: oggi fare i carri è più difficile. «I politici fanno ridere da soli e non sono riconoscibili»

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VIAREGGIO. «È un giornalista del Tirreno? Beato lei...». È impossibile prendere in contropiede Antonio Ricci: conosce troppo bene i meccanismi del «gioco delle parti», come lo chiama lui, riferendosi al mondo dello spettacolo e della comunicazione.

La sua presenza al martedì grasso del Carnevale di Viareggio – dove è stato premiato con il riconoscimento dedicato al “giornalaio” Gianfranco Funari, uno dei suoi maestri – è una lezione: sulla satira che cambia, «ma nel dubbio deve andare avanti, sennò viene disinnescata»; però anche sulla politica e quant’altro. Senza mai stare in cattedra. E divertendosi un mondo lui per primo nel ruolo di “guru”. Il gioco delle parti, appunto.

Ricci ammette che «fare un carro è un lavoro pazzesco e difficile. Tu ti metti lì e fai il carro su Lollobrigida (il ministro dell’Agricoltura, ndr), lo fai senza capelli e nel frattempo lui si fa il trapianto: sono scorrettezze. Oppure si dimette, e magari resti con un carro di uno che non c’è più, è complesso». Per questo i politici sono spariti dai carri? «Mancano i grossi bersagli identificabili – risponde subito Ricci a chi gli chiede del mutamento genetico del Carnevale – Il vantaggio del carro, dell’esagerazione, è che lo vedi a 80 metri e riesci a riconoscere chi è il personaggio. Anche noi, con “Striscia la notizia”, andiamo a intervistare fuori dal Parlamento personaggi che a stento loro stessi sanno chi sono. Manca proprio il bersaglio grosso. Noi ci possiamo accanire su dei personaggi che però sono minori. L’effetto deflagrante è minore rispetto a quando fai esplodere una figura da “santo”. I grandi temi sono molto più appetibili per chi fa satira, perché sono eterni e riconoscibili: ci sono sempre».

Sul riconoscimento ricevuto: «Sono molto contento del premio Funari, perché Gianfranco Funari per me è stato un maestro quando ero un giovane speranzoso, non di belle speranze. Mi ha insegnato i tempi comici». E a chi gli domanda: si è mai pentito di un suo servizio televisivo? «Manco morto – risponde – Io sono tracotante, non posso essere pentito. Qualunque cosa io abbia fatto, è sempre peggio quello che ha fatto l’oggetto che noi abbiamo messo in mezzo. Anche se sono loro, i più forti, che mettono in mezzo noi. Ai tempi del “Drive In” io puntavo molto sulle parodie degli uomini politici: mi ricordo Gianfranco D’Angelo con Spadolini, De Mita, e via così. Poi mi sono reso conto che la parodia era abbastanza debole: facevano molto più ridere i politici dal vivo rispetto a tutto quello che potevamo fare. Perciò ho smesso e ho cominciato con “Striscia” ad andare per strada a cercare i politici. Però è diventato più famoso l’imitatore di quello che viene imitato: giova di più a loro la nostra imitazione».

Ad alcuni osservatori ed appassionati non piace il politicamente corretto, tantomeno al Carnevale. «Noi abbiamo bisogno di censure, vogliamo essere censurati – dice Ricci – Nella censura c’è il martirio e la figura del martire ti dà un vantaggio enorme. Ti puoi buttare per terra, simulare falli; si può diventare famosi perché si è stati censurati. La figura del martire l’abbiamo sfruttata al massimo. Il politicamente corretto fa ridere e perciò lo prendiamo in giro. Contro di noi hanno scatenato una campagna sul body shaming, dicendo che avevamo preso in giro Big Mama per il suo aspetto fisico. In realtà era solo per il vestito che indossava. Lanciare una fatwa aiuta molto per i clic. Se tu dici: “Questo ha fatto body shaming”, allora tutti vanno a cliccarti e diventi appetibile. Noi ci sguazziamo dentro. Non me la sento di infangare questi farabutti che ci fanno delle trappole: accetto il gioco e giochiamo anche noi».

E a proposito di gioco, il gioco delle parti dello spettacolo «è fondamentale, fa parte della tradizione comica e della commedia dell’arte. Si guardi il Grande fratello di un tempo: sembrava tutto casuale, erano tutte maschere e caratteri. Non c’era bisogno di una trama, di un canovaccio».

La comunicazione odierna, prosegue il papà di “Striscia” è un problema per la satira. «Con Grillo avevamo fatto la sigla di “Te la do io l’America” dove c’erano delle battute contro Reagan. Incidemmo il disco ed eravamo pronti per partire, poi fecero l’attentato a Reagan. Da contestatori del presidente Usa abbiamo cominciato a pregare che si salvasse. Oggi certi politici ci vengono proprio a cercare. Una volta non succedeva: Gasparri ci ha odiato per non so quanti anni, non veniva più perché pensava che gli avessimo tirato una trappola, robe così. Adesso i politici sono appostati dietro l’angolo, qualcuno gli fa il segno che ci siamo, e incrociano “casualmente” i nostri imitatori per avere un attimo di visibilità. Tu puoi fare qualunque cosa ed essere il più maledetto del mondo, ma basta che ti vedano e sei vivo: questo è un fatto su cui ragionare molto. I libri che parlano male di Berlusconi vengono venduti nelle librerie di Berlusconi: anche questo è il gioco delle parti. E comunque nel dubbio bisogna andare avanti, sennò vieni disinnescato».

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