Il presidio
Viareggio, padre picchiato dalla baby gang: il racconto choc
Il babbo di due adolescenti preso a pugni e colpito con i caschi: «Da un anno e mezzo la banda ha preso di mira i miei ragazzi»
VIAREGGIO. Picchiato, anche a colpi di casco, dagli stessi ragazzi che hanno preso di mira i due figli da oltre un anno e mezzo. Due adolescenti braccati e più volte aggrediti da una banda di coetanei che imperversa in città. I quali, sabato scorso, se la sono presa con il padre dei due ragazzi. L’uomo ha sporto denuncia ai carabinieri, ripercorrendo l’incubo che i figli vivono fin dal giorno in cui – al mercato di piazza Cavour – hanno incontrato la banda che si è divertita a gettare contro di loro dei raudi. «I miei figli reagirono», racconta il padre al Tirreno, «e il capetto dei violenti ebbe la peggio. E da oltre un anno, è iniziata la “caccia” ai miei figli per pareggiare i conti».
Caccia che ha visto la banda «prendere a schiaffi i miei figli alla fermata dell’autobus, minacciarli, farsi sotto cercando ogni pretesto per fare a botte». Così si susseguono le telefonate dei due ragazzi: «Papà, per favore, vieni a prenderci». Va avanti così fino all’estate scorsa, quando avviene un’aggressione in Passeggiata: un gruppetto di 4-5 ragazzi contro uno dei due fratelli: «Gli hanno strappato dal collo una catenina d’oro e lo hanno pestato». L’uomo vuole sporgere denuncia: «Mi è stato consigliato di presentare un esposto, invece della querela di parte. Poi, però – per il tipo di reati commessi – la denuncia sarebbe partita d’ufficio e uno dei ragazzi della banda – così sono venuto a sapere – aveva già 4 o 5 denunce per reati analoghi. Mi sono fermato, pensando che avrebbero smesso di perseguitare i miei figli».
Così non è stato. A ogni incontro causale, nei luoghi frequentati dai giovani, i due ragazzi vengono apostrofati con «tanto vi si picchia». E la situazione va avanti fino a sabato scorso: «Mi chiama al telefono, spaventato, uno dei miei figli. Capisco che sta correndo e grida “papà, vieni: ci vogliono picchiare”. Prendo l’auto e li raggiungo. Ho caricato i miei figli, ma questa volta ho detto loro: adesso mi fate vedere chi sono. Con loro ho raggiunto il distributore di viale Buonarroti. Io sono un uomo alto e robusto e pensavo bastasse dire loro in faccia “ora basta, state esagerando”». Così non è andata. Quando il genitore scende dall’auto, dal gruppo si stacca, è la testimonianza dell’uomo, «un quindicenne, che mi dice: “Ma davvero pensi di farmi paura? ” e mi dà un cazzotto. Non ho reagito, perché sono un adulto di fronte a dei minorenni». Se non che, l’uomo riceve un altro colpo: «Con il casco che un amico gli passa. Il primo lo evito, la seconda volta riesco a togliergli il casco di mano. Poi però mi arrivano addosso gli altri che mi colpiscono ripetutamente, con i caschi, nella schiena». Alla violenza assistono alcuni residenti in zona che si affacciano alle finestre. L’uomo chiama i carabinieri e prova a inseguire il gruppo di aggressori: «Mentre li seguivo mi lanciavano contro tutto quello che trovavano per terra». Quando i carabinieri arrivano, prosegue il racconto, «chiedono i documenti a me, ai miei figli e a un loro amico».
Quello che l’uomo ha colto negli attimi in cui è stato faccia a faccia con il gruppo di giovanissimi è inquietante: «Il 15enne che mi ha aggredito non aveva alcuna paura. E abbiamo poi saputo che uno dei ragazzi della banda, in estate, ha piantato un coltello nella coscia di un coetaneo».
Adesso, a pochi giorni dal Natale, è l’amara conclusione della famiglia dei due adolescenti «viviamo blindati in casa, con i ragazzi che non si possono muovere da soli e noi che andiamo a portarli e riprenderli, mentre loro non sanno più quali luoghi frequentare senza correre rischi. Ci sentiamo impotenti nel proteggere i nostri figli».
La banda è la stessa che «ha massacrato di botte il figlio di uno nostro amico, senza alcun motivo». La stessa che ogni pomeriggio scatena risse in piazza D’Azeglio, che non fa vivere chi sale sull’autobus diretto al Varignano e che ha tentato di aggredire, la scorsa estate, un dipendente di uno stabilimento balneare il quale – nel momento di riposo dal turno di lavoro – si era messo al fresco in pineta.
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