Il presidio
Quell’amicizia fra Chini e Puccini fra Oriente, lo Schicchi e Turandot: la mostra a Viareggio
Un’esposizione celebra i legami fra il grande pittore e ceramista con la città e il compositore per il quale disegnò anche le scene dell’Incompiuta
Fu esemplare il grandioso incendio, che nella notte tra il 17 e il 19 ottobre del 1917 rovinò l'intera Passeggiata di Viareggio fatta di costruzioni in legno.
Bruciarono il grande bagno “Nettuno”, il “Caffè Margherita”, il fantastico “Nereo”. Ma da lì in poi la ricostruzione, magnifica, impose l'impero indiscusso e indiscutibile dello stile Liberty. Alberghi, case private, ritrovi, caffè sul lungo mare e nelle vie prospicienti, vennero conquistati da questa estetica nuova, importata dall’Europa. E sorsero gioielli ancora oggi ammiratissimi, il “Gran Caffè Margherita”, il “Duilio 48”, “L'Excelsior”, il “Kursaal” tutti fatti e rifatti nei primi del Novecento, quando Viareggio divenne la “Perla del Tirreno”.
In questo clima di esemplare rinnovamento, spettacolare, si consolidò il legame stretto tra due celebrità, travolgenti, della cultura: il maestro Giacomo Puccini e il pittore ceramista fiorentino Galileo Chini.
Ambedue si infervorarono, perché romantici e fantasiosi, dell'Oriente, dell'esotismo, degli incantesimi floreali e produssero insieme, le scenografie della stupenda “Turandot”, che debuttò a Milano il 25 aprile del 1926. Puccini era morto da un anno e mezzo e aveva lasciato l’opera incompita: Toscanini che diresse solo la prima, si fermò alla “Morte di Liù” senza eseguire il finale di Alfano.
Al sodalizio Puccini-Chini, è dedicata la grande mostra in corso alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Viareggio dal titolo “Paesaggio d'autore -Viareggio la città sognata di Chini e Puccini”, curata da Maria Adriana Giusti, alla quale si devono straordinari studi sull'età del Liberty in Toscana e a Viareggio in particolare.
Da anni si attendeva un’accurata valorizzazione delle bellezze architettoniche della città che vide operare il genio dell'architetto Alfredo Belluomini, con i disegni di Chini e le musiche stimolanti di Puccini. Mentre decadono tante facciate sulla Passeggiata (leggi stabilimento “Balena”), dopo che si sono abbattuti sontuosi villini sulla via Buonarroti, quando sono stati snaturati parecchi dei segni decò che abbellivano palazzi e villini; è un gesto importantissimo di rinascita culturale questa mostra che può testimoniare quanto fu viva, ai primi del Novecento, la passione per Viareggio.
Allora massoni e cattolici, che si erano scontrati duramente sull’avvenire della città, gli uni propensi allo sviluppo balneare e gli altri conservatori, portati più alla marineria e alla pesca, si misero d'accordo per un comitato “pro Viareggio” e poterono svilupparsi il turismo alberghiero, gli stabilimenti balneari, l'ippodromo, il casinò e soprattutto il Carnevale. Così Galileo Chini venne a stabilirsi, da Firenze, dove aveva un'impresa ceramiche di rilievo, a Lido di Camaiore e Puccini a Torre del Lago. Ovviamente impararono a conoscersi anche perché il maestro frequentava il “Gran Caffè Margherita” (vi ebbe posto anche una statua) e l’edificio, con le sue guglie siamesi, era stato ideato da Galileo Chini. Fu da lì che a Puccini, venuto ad abitare in città, nel villine del Marco Polo (eternamente in ristrutturazione), venne l'idea di affidare al pittore le scene per un “Gianni Schicchi” e poi per “Turandot”.
Com’è noto, quest'opera, si svolge in una ideale Pechino. E Chini, che aveva costruito il palazzo reale del Siam (l’attuale Thailandia) , dov’era stato per tre anni dopo che il re di quella nazione aveva scoperto l'artista fiorentino alla Biennale di Venezia, si era portato poi nella villa del Lido alcuni strumenti “cinesi”, uno xilofono basso e un gong e ciò aveva parecchio interessato Puccini, che si fece prestare dall'amico i due oggetti (utilizzati poi nei suoni dell'opera “Turandot”). Il compositore, poi, ordinò a Chini le scene, accuratissime, per la “Scala”. E ancora esistono 5 bozzetti, all'archivio Ricordi, e 4 tele a olio realizzate da Chini tra il ’24 e il ’25 (furono usati anche per l'edizione romana).
Puccini morì nel 1924 a Bruxelles e non vide mai “Turandot” a teatro. Chini invece sì. Ma questa storia, così traboccante di poesia, non si sarebbe svolta se la smania per l’Oriente e il Liberty, che da Vienna si propagò in Belgio e in Inghilterra, poi a Parigi e in Italia a Viareggio, Montecatini, Salsomaggiore, non avesse davvero suggestionato tanti spiriti stanchi di razionalismo bruto, basti citare Proust e Thomas Mann, pittori quali Delacroix e Ingres e gli italiani Fabbi e Gustavo Simoni.
Per la mostra alla Gamc, hanno prestato la loro collaborazione, grazie all'assessora Sandra Mei, Cristiana Acidini, Claudia Baldi, Gabriella Biagi Ravenni, Alessandra Belluomini Pucci, Luigi Ficacci, Francesca Giusti, Ezio Godoli, Claudia Menichini.
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