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Errore di un’infermiera all'ospedale Versilia: Asl condannata a risarcire

di Pietro Barghigiani
Errore di un’infermiera all'ospedale Versilia: Asl condannata a risarcire

Farmaci endovena a una paziente invece che per aerosol al Versilia

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VIAREGGIO. L’errore di un’infermiera nella somministrazione di una terapia non provocò danni fisici evidenti alla paziente, ma le creò uno stato d’ansia che deve essere risarcito. È la decisione del Tribunale di Pisa nei confronti dell’Asl Toscana Nord Ovest per un episodio avvenuto nel gennaio 2017 all’ospedale Versilia. La causa – discussa a Pisa dove ha sede legale l’Azienda sanitaria – si è conclusa con la condanna dell’Asl a pagare un risarcimento di circa 8mila euro a una pensionata viareggina. Una 80enne alla quale, il 7 gennaio 2017, mentre era ricoverata nel reparto di Pneumologia dell’ospedale Versilia, fu somministrata per via endovenosa la terapia di diversi farmaci che doveva assumere per aerosol. Insomma, le entrò in vena quello che doveva solo respirare. E dire che la paziente aveva riferito all’infermiera che non doveva più fare le flebo, ma non fu ascoltata.

Una volta iniziato l’effetto delle medicine l’anziana lamentò una serie di disagi. Dalla tachicardia all’ipertensione in uno stato confusionale che costrinse i medici a trattarla con urgenza con ossigenoterapia e betabloccanti. La signor, nella citazione a giudizio, ha sostenuto di aver assunto farmaci e seguito psicoterapie con una diagnosi allegata in atti di “disturbo post traumatico da stress di intensità grave e complicata in forma cronica”, dopo quella vicenda. Dalle cartelle cliniche alle carte bollate il passo è stato breve.

Per l’Azienda sanitaria i sintomi dovuti all’errore del trattamento erano stati affrontati dal medico di guardia e risolti nel giro di circa due ore. E alla dimissione della paziente non erano state prescritte ulteriori terapie domiciliari. Per il consulente del Tribunale «la paziente ha sviluppato a seguito di tale erronea somministrazione, che ha determinato una reazione avversa caratterizzata da tachicardia e ipertensione arteriosa, un disturbo dell’adattamento con ansia a prevalente espressione somatizzata, non complicato, cronico con un periodo di inabilità temporanea al 10% che ebbe durata di 180 giorni 180».

Il giudice scrive che «è stato riconosciuto un nesso di causalità materiale tra l’erronea modalità di somministrazione dei farmaci, l’insorgere della reazione sintomatologica descritta e il disturbo psicologico sofferto dall’attrice, cronicizzato, valutato dal collegio come danno biologico permanente»: una riduzione del 5% della pregressa capacità psicofisica goduta. È stato escluso il nesso con altre situazioni dedotte in atto di citazione come conseguenze negative, quindi sono state ritenute pertinenti solo le spese mediche relative a valutazioni psichiatriche e psicoterapia di supporto.

Nel corso della causa è stata provata la responsabilità contrattuale della struttura sanitaria «per inesatto adempimento conseguente a colpa professionale, nella sua declinazione di condotta negligente o imperita tenuta dall’infermiera e consistente nella somministrazione dei farmaci per via endovenosa in difformità dalla prescrizione del curante con aerosol». E l’Asl deve risarcire la paziente per l’errore dell’infermiera. l


 

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