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Lutto

Addio a Mameli Ghelardoni, eroe silenzioso che beffò i nazisti

di Roy Lepore e Matteo Tuccini
Addio a Mameli Ghelardoni, eroe silenzioso che beffò i nazisti

Viareggio, durante la guerra lavorava al buffet della stazione: all’arrivo dei treni piombati insieme ai colleghi, travestiva i deportati da camerieri e li faceva scappare

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VIAREGGIO. C’è un vagone piombato che ha rallentato la sua lunga corsa verso la morte, fino a fermarsi. Ma solo per poco. Dal buffet della stazione di Viareggio si affacciano un gruppo di ragazzi vestiti di bianco: cercano di capire se ci sono occhi che osservano. E quando i soldati tedeschi si distraggono, arriva l’arma della speranza e della salvezza: una divisa da cameriere. I ragazzi la fanno indossare a uno dei poveracci che stanno sul treno, perché scenda e si confonda tra la gente. Poi riescono a farlo scappare. Non sempre, ma succede: come i miracoli. Così gli eroi silenziosi di Viareggio, durante la Seconda guerra mondiale, hanno salvato ebrei e soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi e destinati ai campi in Germania. Quanti, non si sa: la storia è emersa solo di recente e ne è stato fatto un documentario.

Tra questi eroi c’era Mameli Ghelardoni, che assieme a Spagnolo Spagnoli – titolare del buffet della stazione e “capo” della squadra di angeli – e agli altri colleghi contribuì a scrivere una pagina di umanità in mezzo all’orrore. Mameli avrebbe compiuto 97 anni il prossimo gennaio: è scomparso martedì sera in seguito a una malattia. Ora la sua storia, e quella dei suoi amici, riemerge ancora una volta. E il figlio Claudio, che ne è venuto a conoscenza a distanza di anni, ricorda l’emozione che ha provato quando ha sentito dalla viva voce di suo padre i rischi che si era preso, quando era un ragazzo, per fare qualcosa che gli sembrasse degno di un essere umano. Mameli aveva lavorato per diversi anni al buffet della stazione ferroviaria: insieme ad altri colleghi, in tempo di guerra e rischiando la vita, si rese protagonista di gesti che ancora oggi sembrano quantomai attuali. Perché la guerra e l’orrore sono tutt’altro che spariti. Nell’inverno 1943-1944, com’è noto, il nostro Paese era nel pieno dell’occupazione nazista.

Anche a Viareggio arrivavano i treni con i deportati destinati ai campi di concentramento e di sterminio nel territorio del Reich tedesco. Il buffet della stazione era di proprietà di Spagnolo Spagnoli, viareggino di via Mazzini: un’attività commerciale ereditata, perché la famiglia aveva gestito il buffet della stazione vecchia. Spagnoli era un uomo che si spendeva da sempre per la sua comunità: socio della Misericordia e della San Vincenzo De’ Paoli, cattolico praticante, amava fare del bene senza apparire. Ma quello che si inventò allora, assieme ai suoi compagni, fu qualcosa di eccezionale. Spagnolo, Mameli e gli altri erano abituati a portare i panini a chi transitava da Viareggio, quando i convogli si fermavano. Quando capirono che su quei vagoni stipati come carri bestiame viaggiavano dei derelitti destinati alla morte, l’idea del commerciante, a cui tutti aderirono, fu di salvare più persone possibile. Si avvicinavano per portare panini e vivande a quei disperati, badando bene di portare con sé un camice bianco come quello che indossavano loro. Facevano in modo che alcuni lo indossassero, e – stando ben attenti a non farsi vedere dai soldati tedeschi – riuscivano a farli scendere e a confonderli nel via vai. A quel punto i deportati riuscivano ad allontanarsi, scappando dalla stazione ferroviaria verso la salvezza. Quante persone siano riuscite ad evitare il campo di concentramento grazie allo stratagemma di questo gruppo di giovani e coraggiosi viareggini, non si è mai saputo. Spagnolo Spagnoli se n’è andato via presto, nel 1952: aveva appena 46 anni. Ma difficilmente ne avrebbe parlato molto, anche se fosse rimasto in vita più a lungo: era una persona riservata, uno di quelli che seguono l’antico motto che il bene si fa ma non si dice.

Nemmeno quando è un bene così grande. È stato il pittore Giorgio Michetti, testimone diretto di quei fatti, a rivelare quanto accadde. In un incontro con il regista Massimiliano Montefameglio è emersa la storia meravigliosa e drammatica di quegli anni. Ne è nato un documentario, dal titolo “L’eroe silenzioso”, per la regia dello stesso Montefameglio, prodotto da Rossocarminio e presentato al teatro comunale di Pietrasanta il 19 gennaio 2019; una successiva proiezione ci fu anche al teatro Jenco a Viareggio. Tra gli intervistati in questo documentario, oltre a Michetti e Onorato Spagnoli – uno dei figli di Spagnolo – c’era anche Mameli Ghelardoni. Che nel frattempo aveva continuato la sua vita tranquilla: aveva gestito in seguito per un certo periodo il Cro in Darsena, e aveva lavorato come cameriere al Cavallino Rosso. Poi era rimasto vedovo della moglie Maria Luisa, a cui era molto legato. E non si separava mai dal gatto Carletto. Il figlio Claudio, a sua volta, ha saputo anni dopo quello che aveva fatto suo padre: «Per me è stata una grandissima emozione scoprirlo».

Anche Mameli, come l’amico Spagnolo, credeva nel fatto che certe cose bisogna farle, senza sbandierarle troppo, solo per dimostrare la propria umanità in momenti in cui sembra inutile farlo. La salma di Mameli Ghelardoni è esposta nelle sale del commiato della Croce Verde, il funerale è fissato per domani alle 10,30 al cimitero comunale.

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