La “Missione del cuore” del chirurgo Murzi: «Qui a Gaza ritrovo me stesso»
Il diario quotidiano del sindaco su Facebook
FORTE DEI MARMI. Dopo due anni di emergenza covid che ha frenato i viaggi umanitari all’estero, è in pieno svolgimento la “Missione del cuore” a cura della sezione italiana del Palestine Children’s Relief Fund che ha sede a Pietrasanta, con la collaborazione della Fondazione Monasterio. La missione è guidata dal cardiochirurgo pediatrico Vincenzo Luisi presidente di Pcrf-Italia e vede tra gli altri i cardiochirurghi fortemarmini Bruno (capo-chirurgo) e Michele Murzi, oltre ad altri specialisti. Anche per questo sono davvero in tanti a seguire con partecipazione emotiva sui social la spedizione.
E Bruno Murzi, accantonati per qualche giorno i panni di sindaco, è tornato al tavolo operatorio, aggiornando con puntualità anche chi lo segue da lontano: «Rientrare a Gaza dopo sette anni, e di nuovo vivere l’esperienza di un mondo fermatosi lontano dalla pace, dalla quiete e dall’armonia – racconta Murzi sul suo profilo Facebook – il varco di Eretz è una esperienza pesante, filo spinato, mura, torrette, telecamere e controlli, e poi tornelli strettissimi dove fare passare valigie giganti piene di materiale sanitario...un incubo».
«Poi l’ospedale – prosegue Murzi – le mamme, i bambini, sempre tutto uguale, amore incondizionato di genitori sofferenti e bambini inconsapevoli della gravità della loro malattia, venti, cinquanta, settanta bambini...e ne opereremo solo dieci. Sempre così! Frustrante! Domani si comincia a operare, stasera ci consoliamo nel compound tra l’amicizia di colleghi unicamente splendidi, allegri, consapevoli, tristi e forti della loro professionalità».
Il racconto via social prosegue il giorno dopo: «Oggi – scrive Murzi nel suo reportage quotidiano da Khan Younis – abbiamo operato tre bambini. Devo dire che tutto è stato molto veloce, grazie alla bravura di tutti. Abbiamo cominciato alle 9 e finito alle 19. Al momento i piccoli (il più piccolino di solo tre chili e mezzo) stanno bene, incrociamo le dita. Il personale palestinese ci ha accolto bene e le famiglie ci riempiono di gentilezze. L’ospedale è discreto e ha praticamente tutto il necessario per operare. Non abbiamo avuto tempo per uscire (viviamo in un compound in ospedale) e stasera ci guardiamo la partita. Domattina si ricomincia alle otto: due nuovi casi e forse una urgenza appena nata».
E il racconto al terzo giorno continua: «Abbiamo per ora operato otto bambini. Un bel risultato in tre giorni considerando che i nostri interventi durano in media dalle tre alle quattro ore. Le famiglie aspettano nel corridoio che i chirurghi escano a dire come è andato l’intervento e qui le famiglie sono un po’ più famiglie che da altre parti: babbo e mamma, quattro nonni, dieci zii con rispettivi mogli e mariti, i nipoti più grandi, vicini di casa e, perché no, anche qualche curioso che passa per il corridoio, e attratto dall’evento, si ferma ad ascoltare. Questa moltitudine vociante si azzittisce vedendoti – continua Murzi – considerando con un certo stupore il tuo sorriso (che vorrebbe significare che tutto va bene), si avventa sull’interprete per avere notizie. Meno male che c’è, perché appena ha terminato di riferire che tutto va bene iniziano sfilze interminabili di domande che vanno dai dati tecnici dell’operazione alla richiesta di sapere come mi chiamo, se sono sposato, figli, eccetera, insomma ci si conosce dopo invece che prima, ma la loro curiosità è bellissima. Ieri sera l’ospedale ci ha portato a cena a Gaza City in un ristorante che cucina pesce buonissimo... drammatico il bere acqua con un pesce alla griglia. Cosa non avrei dato per un vermentino fresco fresco. Ma qui gira così».
«Devo essere onesto: mi sto divertendo! Pur operando in continuazione – conclude per ora Murzi – pur andando a letto tardi e svegliandomi presto, pur sotto pressione perché sono un paio di anni che avevo rallentato il mio impegno chirurgico... mi sto divertendo. Tra le tante cose che mi piacciono di questa missione c’è l’essere assieme con la gente con cui ho lavorato una vita e di cui conosco la forza e le debolezze, così come loro conoscono le mie. Ma soprattutto sono contento di operare assieme a mio figlio e avere con lui una complicità professionale assoluta, che a casa non riusciamo ad avere. Insomma... bisogna venir via dalla routine per ritrovarsi. Da Gaza per stasera è tutto».
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