Il Tirreno

Versilia

L'intervista all'esperto

Ecco chi è l’allenatore dell’ottimismo: «La mia è una palestra degli stati d’animo»

di Cristina Bulgheri
Ecco chi è l’allenatore dell’ottimismo: «La mia è una palestra degli stati d’animo»

Dai numeri della grande finanza, Raniero Iacobucci, è passato a parlare di emozioni

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CAMAIORE. C’è chi non lascia passare un giorno per andare in palestra, chi per indossare scarpette da footing, chi per saltare in sella alla bici. Allenare i muscoli e in generale il corpo è una delle priorità di gran parte degli uomini e delle donne, un po’ di tutte le età. Correre, pedalare, mettere alla prova il corpo, è fonte di benessere: elimina lo stress, alleggerisce la mente. Ma forse, come direbbero gli amici dell’enigmistica, non tutti sanno che… si possono “allenare” anche le disposizioni psicologiche ed emotive: una tra tutte l’ottimismo.

In effetti, in questi ultimi anni, ce ne sarebbe davvero un gran bisogno. A perorare la causa di una “palestra degli stati d’animo”, dove allenarsi a puntare la barra verso un orizzonte positivo – individuando in ogni situazione su cosa e come «poter intervenire», invece di sentirsi prigionieri e bloccati – e lo farà anche questa mattina nel corso del suo intervento al Forum della Formazione di Camaiore, organizzato da Teseo e dedicato a “Le nuove fragilità” – ci prova da tempo Raniero Iacobucci, oggi consulente formatore, ma con radici che all’inizio della sua carriera lavorativa, affondano nell’ambiente della finanza.

Dai numeri alle emozioni: più che un salto, una capriola; come è potuto accadere?

«Dalla voglia e dalla curiosità di approfondire alcune tematiche. I numeri in fondo sono degli effetti generati da comportamenti, ispirati a loro volta da stati d’animo. Per farlo ho seguito un master che mi ha cambiato la vita. In quell’occasione infatti ho incontrato quello che considero il mio maestro, ed è grazie a lui che sono stato dirottato in prima battuta dal mondo della finanza a quello del marketing. Pian piano dalle aree cosiddette “hard” sono passato a quelle “soft”, ed ho iniziato ad operare in questo settore con soddisfazione, progettando seminari, organizzando aule, partecipando a convegni ed eventi, cercando di parlare a tante persone per suggerire loro come indirizzarsi verso un nuovo di pensare e guardare il mondo, come – in fondo – migliorare la propria soddisfazione nell’agire quotidiano».

Di fatto che cosa fa?

«Prendo un tema, solitamente collegato a quanto in quel momento sta accadendo nei contesti (i cosiddetti “trends”) e ci lavoro su per poi proporlo al mio uditorio – spesso collaboratori e dipendenti di grandi aziende – nell’ottica di fornire alla platea prospettive alternative, una visione diversa della stessa realtà, che permetta di affrontarla con più soddisfazione».

Per il Forum della formazione di Camaiore ha scelto di affrontare il tema dell’ottimismo. ..

«È un argomento che arriva dall’onda lunga di un precedente lavoro messo a punto proprio per un’azienda, che mi chiese di parlare ai suoi collaboratori dell’entusiasmo come molla per attivare una motivazione al lavoro di tipo personale, certamente più solida di quelle proposte dall’ambiente esterno o fornite dall’organizzazione per cui si opera. Dall’entusiasmo all’ottimismo il passo è breve: entrambi trovano il loro fondamento su un atteggiamento mentale volto ad una sorta di sfida che punta a trasformare il futuro. Il pessimismo e l’ottimismo non sono altro che modi diversi di guardare la stessa realtà: in ogni situazione quotidiana si può reagire d’istinto usando l’una, oppure l’altra decidendo l’azione per il proprio meglio».

Come dire: meno “pancia” e più “cervello”…

«Diciamo, mai d’impulso, proprio per evitare di cadere nella trappola posta dall’accadimento esterno. Faccio un esempio: immaginiamoci un sabato pomeriggio in un centro commerciale, mentre siamo alla ricerca di un parcheggio. Dopo un lungo girare ad un certo punto se ne intravede uno, ma quando siamo vicini, un’altra auto, arrivata contromano, lo occupa. È normale che di fronte a questo “scippo” si potrebbe imprecare, offendere, sproloquiare, oppure si potrebbe scegliere di darsi una prospettiva più utile – del tipo’forse non mi ha visto’– che suggerisca modi decisamente più positivi per affrontare la situazione e non distruggersi così la leggerezza e la soddisfazione di un pomeriggio di shopping».

L’ottimismo quindi equivale ad un cambio di prospettiva: ma come si fa ad allenarlo?

«Intanto cercando di uscire dalla condizione di impotenza da cui siamo sempre più attanagliati, riprendendoci i nostri sogni, il nostro futuro, facendo esercizio di volontà, cercando di guardare in avanti con l’idea di trovarci quello che davvero vorremmo trovare, in una sorta di previsione strategica; liberandoci dalla cultura della notifica, che ci induce continuamente a fare impedendoci di pensare, che sottrae tempo al sognare, cercando così di essere più intraprendenti, soprattutto verso un futuro che non è più semplice conseguenza di un presente, ma piuttosto frutto di un “voglio” che ispira impegno, costanza e tenacia».

Non trova che essere ottimisti nel momento che stiamo vivendo può sembrare un po’ anomalo? Una sorta di atteggiamento tipico delle persone poco realiste, poco con i piedi per terra?

«Assolutamente no, dobbiamo evitare di ripiegarci su noi stessi, di incartarci nelle nostre paure e nelle nostre fragilità, come sta accadendo soprattutto alla nostra generazione, che ha vissuto periodi migliori ed è legata all’ansia di dover prevedere tutto unita alla consapevolezza, sempre più crescente, di essere sempre più preda degli eventi, disarmati nel gestirli ed incapaci nel ricercare ed adottare prospettive differenti. Proprio come è accaduto durante la pandemia. I due anni che abbiamo appena passato avrebbero dovuto insegnarci che non possiamo prevedere tutto, neanche se da superdotati dell’innovazione tecnologica quali siamo. Occorre allora superare la sindrome di impotenza che ci sta sopraffacendo».

Del resto il Covid ha dimostrato che un virus infinitesimale ha messo in crisi l’umanità…

«Certo, siamo rimasti spiazzati e da una “sorta” di delirio di onnipotenza siamo passati ad una sindrome di impotenza».

E allora come se ne esce?

«Impegnandoci a disinnescare questo sentimento negativo, esercitando una flessibilità mentale che ci faccia tornare a comportarci come i nostri progenitori allenati all’ottimismo: ricercando in pratica le prospettive migliori nell’affrontare le criticità quotidiane, e, verso il futuro, coltivando i sogni, trasformando le speranze in risultati, i desideri in soddisfazioni».

Ce la potremo fare?

«Siamo ottimisti...» l




 

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