Il Tirreno

Versilia

Carnevale di Viareggio

Il primo Carnevale di Viareggio e l’ultimo scherzo di Burlamacco: toh, un coriandolo al posto del cuore

Federico Lazzotti
Il primo Carnevale di Viareggio e l’ultimo scherzo di Burlamacco: toh, un coriandolo al posto del cuore

Viaggio nella Repubblica della satira tra la Cittadella e la Passeggiata: un universo che racconta vizi, virtù e storture dell’umanità e le ribalta canticchiando, le sfotte ballando, le prende per il naso travestendosi. Perché l’ironia, alla fine, ci salverà

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VIAREGGIO. Il Carnevale mi ha fatto uno scherzo. Una burla delle sue. E alla fine della fiera mi sono guardato dentro e con una certa sorpresa, toh: mi sono trovato un coriandolo al posto del cuore. Me lo dovevo aspettare – direte – lo sberleffo è l’essenza di Burlamacco, il suo fine ultimo, la sua natura, motivo di longevità e successo da 150 anni. Eppure si è preso gioco di me e del mio passato. Ha dato un calcio nel sedere alle certezze di quel bimbetto che ricordava una festa con troppi rumori per ascoltarne il significato, impegnato a sopportare le angherie di certi fastidi: coriandoli appiccicati in faccia, trucchi puzzolenti intorno agli occhi, freddo e sudore che si mischiano, parrucche e calzamaglia che pizzicano testa e gambe per delle ore.

L’idea a priori, insomma, che il Carnevale fosse un effimero trastullo, un baraccone ad alto volume. Un mondo fuori dal mio mondo. Invece ecco, d’improvviso, un altro mondo, una verità diversa: un universo che racconta vizi, virtù e storture dell’umanità e le ribalta canticchiando, le sfotte ballando, le prende per il naso travestendosi. Perché l’ironia, alla fine, ci salverà. Liberandoci (anche solo per un attimo) dal male.

Come in quella favola dove il mostro che si è sistemato alle porte del villaggio fa così paura che il sovrano disperato, per cacciarlo via, non manda soldati e carri armati al suo cospetto, ma il buffone di corte: stivali larghi e palline colorate da roteare tra le mani per far morire dal ridere l’ospite indesiderato e convincerlo a fare le valigie.

Qui la Repubblica autonoma (finanziata con fondi pubblici) della satira, il Palio dell’Allegria, gira i suoi ingranaggi tutto l’anno dentro hangar che sono cucine di idee, pentoloni di gusti, soffritti di tradizione e innovazione. Laboratori che sfornano piatti espressi (unici e condivisi dalle rispettive brigate) da mettere a tavola e gustare sei volte l’anno. È qui che il falso si confonde col non vero. E il bello, il giusto e il sapore che ti lascia in bocca, è dentro a chi ha voglia di darci un morso per assaggiare. Critica e memoria, passione e significanza, partecipazione e discussione. Polemiche anche. Ma colorate. E un vincitore.

Il Carnevale, poi, mi ha fatto una linguaccia e un marameo e mi ha detto di seguirlo tra la Cittadella e la Passeggiata. Mi sono sentito Alicio e Naomo in un paese meraviglioso quando mi sono trovato di fronte la gente in fila per entrare nell’autostrada della libertà di espressione. In fondo al tunnel di cartapesta, dietro al casello che separa realtà e finzione, ecco la bandiera – bianca e nera – dei pirati della burla, un naso rosso da bugiardo che la sa lunga: simbolo e vessillo di un universo sospeso dove le regole esistono, ma esistono soprattutto le eccezioni. Come in un sogno dove tutto è possibile e niente è strano, almeno fino al risveglio.

Così ho parlato di ambiente e futuro con un orso bianco alto venti metri che va in giro con una eschimese bella fuori e impaurita dentro, ho volato con una formica che balla mentre la cicala suona il violino. Ho visto il Don Chisciotte sfiorare un cielo di perle. Cantato in mezzo ai folli e sussurrato il ritornello di una canzone di Vasco. Ma ho anche tirato di fioretto con Bebe Vio, fatto il solletico al presidente degli Stati Uniti mentre rischiava di cadere giù. E combattuto con i dinosauri. È mancato di liberare un balneare incatenato a un ombrellone, ma sarà per la prossima volta.

Sopratutto ho visto tanta gente di ogni età: figuranti e spettatori, che per un giorno o solo un’ora erano felici di essere qualcosa di altro da sé stessi, diversi ma insieme: sorridenti davanti alla Rinascita. Come ha scritto un mio amico, avvocato e marinaio, dopo il primo corso: «Sole, musica e gente in festa. Ma soprattutto erano anni che non mi divertivo così tanto al Carnevale con la mi moglie». E urlare, se necessario, no alla guerra, con il linguaggio della pace: arcobaleni, simboli, silenzi (ah no), caricature e bomboloni alla crema da lanciare per aria invece delle bombe.

Certo, qualche dubbio m’è rimasto. Non so ancora come fanno i genitori in cotanta confusione a non sbagliarsi e portare a casa – in buona fede – figli vestiti come i loro, ma diversi. Non capisco perché far pagare tredici euro panino, patate fritte e bottiglia d’acqua. E non credo ci sia bisogno di ringraziare i politici di aver permesso il Carnevale. Quando hanno fatto solo ciò per cui sono remunerati: gli interessi di un territorio che di Carnevale campa. E ogni anno distribuisce coriandoli al posto dei cuori.
 

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