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Viareggio e la Cultura, Giovanni Pieraccini: il ministro innamorato dell’arte e della politica

Adolfo Lippi
Viareggio e la Cultura, Giovanni Pieraccini: il ministro innamorato dell’arte e della politica

Era nato, in una casa di via Regia, la via dove la città fu fondata.Fu parlamentare per sei legislature e direttore dell’Avanti! Dalla Bretella alla Gamc: ha lasciato un segno profondo sul territorio 

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VIAREGGIO. Era nato, come viareggino, di spicco, in una casa di via Regia, la via dove la città fu fondata. Era il 1918, allora la casa era quasi all’angolo del ponte girante; sotto, a pieno terra, ospitava la farmacia Biagi. Loro, i Pieraccini, abitavano al terzo piano. Al piano terra possedevano un vasto giardino esotico, con piante di banani, canneti, aranci, limoni, alcune tartarughe silenziose e assonnate che facevano giocare Giovanni bambino. Poi Pieraccini è stato un po’ tutto e ha fatto di tutto: laureato in giurisprudenza, direttore de “L’Avanti”, il quotidiano socialista, sempre onorevole e senatore, più volte ministro e che ministro, dal Bilancio ai Lavori pubblici. Sua l’idea di fare la “bretella” tra Viareggio e Lucca e questa strada, che rovina la vista della colline, è però utilissima e spiega il potere che Pieraccini ebbe.

Ma la cronaca non lo abbandona, nemmeno da morto (si è spento il 14 luglio 2017 a poche settimane dal centesimo compleanno). La sua vasta e ricca collezione d’arte, donata dalla vedova, Vera, all’istituto “Poveri Vecchi” e recentemente battuta all’asta da Farsetti a Prato, è stata quotata un milione e più. Comprende De Chirico e Guttuso (tra i tanti) . La Fondazione Turati di Firenze ne rivendica la proprietà. La disputa continua. Un’altra sua collezione, meno ricca, quella di grafica (e anche qui c’è il meglio) venne invece donata al Comune di Viareggio e fa bella mostra alla Gamc di piazza Mazzini.

Era, di carattere, impetuoso, astuto, saputo di cose, cioè conosceva i problemi e li approfondiva. Non parlava mai a caso. Non fu un demagogo. Studiava a fondo gli interlocutori e sorrideva, all’apparenza benevolo, ma dava giudizi ferrei e implacabili. Lo disse lui stesso in un’intervista che gli feci per il libro “I viareggini” (oggi introvabile): «Ho due passioni, la politica e l’arte». Per la politica gli fece strada il liceo Carducci. Qui vi era un preside, Del Freo, che nonostante il fascismo, dette ai suoi discepoli lezioni di libertà e progresso. I discepoli furono Mario Tobino, Manfredo Bertini, cineasta e medaglia d’oro della Resistenza, il regista Mario Monicelli e appunto, Pieraccini.

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Dal liceo passò poi a Firenze e qui, ormai socialista dichiarato, iniziò la sua carriera. Intanto da giornalista de “L’Avanti” (di cui divenne direttore), poi onorevole e dopo, più volte, senatore e ministro della Repubblica. Ma al Carducci di Viareggio, fece altri contatti. Si incuriosì da subito all’arte figurativa ed ebbe modo di fare amicizia con pittori quali Santini, Sargentini, Marucci, Del Prete, con le opere dei quali, assieme a un Viani, intraprese la sua famosa e lussuosa collezione. Poi a Roma ebbe ben altre frequentazioni: De Chirico, Fellini, Calder, Guttuso. E le pareti delle sue case, che io visitai più volte, sistemate lungo il Tevere, prima sulla riva sinistra, poi sulla destra, si riempirono di magnificenze. Siccome Pieraccini era però anche un politico fine favorì due leggi: quella contro i falsi in arte e quella per l’istituzione e dell’Istituto nazionale della grafica.

Poi venne ad abitare a Città giardino e da lì lo frequentammo in molti, poiché non si sottraeva al dibattito sulla città. Quando parlava di Viareggio gli occhi gli scintillavano. Diceva: «Vedo la Piazza Grande, bellissima nella sua vastità, orlata da grandi tigli (non c’è più!). Vedo la Reggia Borbonica, poi Regio Casino (anche esso non c’è più), il vecchio Palazzo comunale con le sue colonne neoclassiche e la doppia scalinata esterna (non c’è più). Vedo il delizioso ottocentesco Teatro Pacini dove negli anni della prima giovinezza ballai nei veglioni di carnevale» (non c’è più e non si fanno più).

Insomma con lui, si viaggiava nella memoria di una Viareggio fiabesca, quella delle rotonde sul mare, quella del tram in passeggiata. Lui sentiva ancora il rotolare ritmico dei “barrocci”, il fischio del libeccio, l’odore salmastro del mare. E sospirava. Pareva un poeta. Invece era stato pragmatico e praticista. Basta leggere il suo lunghissimo curriculum di politico: quattro legislature da onorevole, dalla prima alla quarta, senatore, più volte ministro (Lavori pubblici, Bilancio, Marina, Ricerca). Ma a noi, piace soprattutto rammentarlo per la sua intensa passione per Viareggio. Tra le altre cose, dette anche vita a una serie di pubblicazioni (editore Maschietto), che dovevano rappresentare una vera e propria enciclopedia versiliese (“La nascita delle pinete”, “La costruzione della Versilia”, “La Versilia e il mare”, “La Repubblica di Apua”, “Le stagioni teatrali”). Pensava, con questa iniziativa, di ripetere, in scala locale, la tradizione francese degli “Annales”. Poiché diceva: «Mai bisogna dimenticare la storia». E così rese omaggio a un altro grande cittadino, Francesco Bergamini, che dirigendo il “defunto” archivio storico del Comune, pubblicò quella rivista “Viareggio Ieri”, che è un gioiello ancora rintracciabile nelle bancarelle dei mercanti d’antiquariato. Con Bergamini, Pieraccini, amava ricordare Lodovico di Borbone (che costruì le prime capanne-bagnature), Giovanni Giannelli (che scrisse “Il Manuale dei Bagni”), Enrico Pea (che edificò il magnifico teatro nella Pineta di Ponente), Elpidio Jenco (poeta e preside).

Quale il suo grande dispiacere? Non aver potuto fare della Versilia una provincia autonoma, distaccata da Lucca. Pieraccini era e fu sempre un audace riformista. La Versilia e Viareggio hanno ancora bisogno di riforme, mantenendo fedeltà assoluta alle radici.

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