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Versilia

Amici (miei) e sberleffi: Mario Monicelli, Viareggio e il suo cinema in un libro che sa salmastro

Adolfo Lippi
Amici (miei) e sberleffi: Mario Monicelli, Viareggio e il suo cinema in un libro che sa salmastro

Un libro scritto da Umberto Guidi e con la grafica di Beppe Bertuccelli ripercorre le tracce di Viareggio nella vita e nell’opera del grande regista 

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VIAREGGIO. È motivo di orgoglio, in questi giorni di candidatura di Viareggio a capitale nazionale della cultura, l’identità viareggina. Chi possiede, chi ha posseduto quest’identità? Viene così immediatamente in urgenza la persona di Mario Monicelli, il grande regista che, non nato a Viareggio, la visse però frequentando il liceo “Carducci”, le amicizie con la famiglia Zacconi, il compagnatico degli amici al Caffè Eden e al Caffè Casablanca.

A Mario Monicelli hanno dedicato proprio adesso un buon libro documentatissimo, i colleghi Umberto Guidi e Beppe Bertuccelli (“Monicelli toscano per amore e per forza”, testo di Umberto Guidi, elaborazioni grafiche di Beppe Bertuccelli, Edizioni L’Ancora), e leggendo attentamente il volume si riesce a capire che Monicelli, pur nato a Roma da famiglia lombarda, fu appassionatamente legato alla nostra città tanto da esclamare spesso: «Chi dice che non sono viareggino lo denuncio!».

Ebbene Monicelli era e fu viareggino: ma perché? Perché le sue opere, il suo carattere, aspro e provocatorio, direi anarchico fino alla fine, i suoi atteggiamenti privati e pubblici lo dichiararono personaggio che Lorenzo Viani avrebbe ben potuto dipingere, che Mario Tobino avrebbe potuto descrivere.

Il libro di Guidi e Bertuccelli, dotato di una ricca fototeca, racconta non solo e soltanto la biografia del regista. Ma si sofferma ampiamente sulla sua opera e i suoi tantissimi film echeggiano, è troppo evidente, la viaregginità a partire da “I compagni” (recentemente riproposto in Rai), fino all’“Armata Brancaleone”, fino ai troppo noti “Amici miei”.

Perfino le sue primissime opere come “Totò e Carolina” risentono di quel clima che Monicelli respirò, ragazzo, frequentando al Caffè Eden la compagnia di Ermete Zacconi (alla quale era vicino lo stesso Vittorio Gassman). Fu lì che insieme ad altri amici del “Carducci” (Tobino, Manfredo Bertini, l’avvocato Guardone), gli venne lo zurlo del cinema. Lui che era figlio di un giornalista scomodo al regime, Tomaso, confinato a Viareggio (le “liste nere” non finiscono mai), fece, grazie agli Zacconi, un primo film che si chiamava “Pioggia d’estate” dove recitarono Franca Taylor e altri viareggini dilettanti, con sceneggiatura e scenografia di Luciano Zacconi, e fotografia di Manfredo Bertini (che fu poi “medaglia d’oro” della Resistenza).

Il film non uscì o quasi. Monicelli, trasferitosi a Roma, entrò poi in amicizia e sodalizio con Steno e da lì, assieme a Steno firmò i suoi primi successi come “Totò cerca casa” o “Guardie e ladri” che appartengono alla storia del cinema comico italiano. Ma dove le tracce della viaregginità? Bè, nella “Grande guerra” che è un autentico capolavoro, fotografato da Giuseppe Rotunno, recitato da Gassman e Sordi e Silvana Mangano, con le musiche di Nino Rota, l’antipatia alla guerra dei protagonisti rammenta, è chiarissimo, ciò che anche qui avvenne attorno ai primi del Novecento, con alcuni intellettuali schierati contro il nazionalismo ed altri, vedi Viani, che diventarono interventisti.

Vi furono, è noto, scontri anche pesanti a un comizio patriottico di Cesare Battisti e tra coloro che non si lasciarono sedurre dai miti patriottardi vi furono alcuni più irriducibili che più tardi confluirono nell’antifascismo militante. Al di là della politica è però in opere come “Amici miei” che la viaregginità, che poi esplode nel Carnevale, si manifesta in lazzi, baruffe, bischerate, sberleffi, prese in giro in perfetto stile boccaccesco toscano. Il Carnevale, in tanti suoi aspetti, in tanti momenti ed episodi della sua lunga storia, è un’enciclopedia della satira di costume e non si potrebbe che fare a Viareggio, dove fin dalle prime sfilate si fecero colorite prese in giro delle autorità costituite.

Centri di satira furono il bar Mori per taluni artisti e carristi, il Caffè Casablanca, in una corte dove regnavano il “conte” Brunetto dell’Assassino, lo chef Alpinolo, il marchese Matteucci, e si potevano anche esprimere pittori del peso di Sandro Luporini e il cantautore Giorgio Gaber. “Amici miei” narra in parecchi episodi scorci di vita vissuta attorno al “Casablanca” e Monicelli non lo rinnegò mai.

Ecco, allora, che quando si candida la città a capitale della cultura, assieme a padri nobili quali Giacomo Puccini (che fu tantissimo viareggino), Lorenzo Viani, Moses Levy, Mario Tobino, Silvio Micheli, con gli “storici” Ippolito Ragghianti e il maestro Pacini, non bisogna dimenticare e passare in seconda linea questo regista straordinario che senza aver mai girato uno dei suoi grandi film a Viareggio (a parte “Pioggia d’estate”) ebbe la nostra città forte nello spirito e presente sempre nella creatività. Il documentato libro di Umberto Guidi e Beppe Bertuccelli è più che un omaggio, è la descrizione precisa di una passione, quella di Monicelli per Viareggio.

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