Ciao Maria Pia, ci hai insegnato cos’è che conta davvero
Ex tennista e commerciante simbolo della lotta alla Sla, è scomparsa a 58 anni: la sua una lezione di stile e di vita
MARINA DI PIETRADSANTA. Martedì mattina alle 10 nella chiesa di Sant’Antonio a Tonfano è in programma il funerale di Maria Pia Luchetti, 58enne viareggina residente a Marina di Pietrasanta e simbolo della lotta alla Sla, malattia degenerativa da cui era affetta da anni.
L’ultima immagine di Maria Pia Luchetti, morta a 58 anni dopo aver lottato contro la Sclerosi laterale amiotrofica, è lei che guarda l’orizzonte, baciata dal sole. È proprio così che se la ricordano tutti. Un eterno sguardo verso il futuro, a lei proibito, mentre il sole le accarezza i capelli biondi nel cuore della sua villa di Marina di Pietrasanta. Bellissima, ma molto meno di lei.
Fu così che Maria Pia Luchetti si presentò, nell’agosto del 2017, quando a casa sua arrivò “Il Tirreno” per intervistarla. Aveva chiesto l’aiuto del giornale e nessuno, nemmeno il cuore più gelido di questo mondo, avrebbe potuto negarglielo. Maria Pia aveva bisogno di un nuovo farmaco contro la sua malattia, un medicinale chiamato Radicut: una speranza arrivata dal Giappone e approvata dall’Agenzia italiana del farmaco, ma non ancora in circolazione nel nostro Paese. Se non a prezzi altissimi. Maria Pia e tutte le persone che sanno cosa significhi essere malati di Sla non poteva aspettarsi di guarire. Ma stare un pochino meglio, o almeno provarci, sì. Ed è giusto che a lei come a tanti altri questa speranza venga data, in ogni momento della giornata.
Per quanto uno abbia letto o si sia informato sulla Sla, e sulle malattie degenerative in generale, non si è mai adeguati all’approccio con l’interlocutore. Si prova un misto di dispiacere, compassione, misterioso senso di colpa: non sempre sentimenti corretti. Ho un amico che si trova in condizioni simili ed ero convinto di essere preparato. Di poterle dare coraggio. Ovviamente mi sbagliavo.
Ma chi ha davanti un tempo ridotto, e per questo motivo sa guardare la vita con più amore nei momenti in cui riesce a non disperarsi, ha la capacità di mettere l’interlocutore a suo agio. Maria Pia raccontava la sua storia, le sue condizioni, con la naturalezza di chi ha preso atto che la pallina, nel campo da tennis, a volte finisce di qua e a volte finisce di là. Lei lo sapeva: era una tennista brava, faceva i tornei in giro per l’Italia. Ripensando al suo passato si scherniva: «Non ero così forte, però avevo passione». Nel tempo libero del suo lavoro di commerciante aveva ripreso a giocare con l’amico Sergio Marrai, il signore versiliese della racchetta: poi aveva iniziato a sentirsi sempre più stanca. Comincia così, per tutti. Finché non arriva la diagnosi.
A quel punto si ha pochissima scelta. Maria Pia, da sportiva, ha continuato a giocare la sua partita anche se l’avversario era troppo forte. Non poteva vincere, però ha cercato di dargli filo da torcere finché ha potuto. Quando la sua storia è finita sul giornale, l’arrivo del farmaco Radicut in Toscana ha avuto un’accelerazione: è stato anche merito suo se qualche malato di Sla ha potuto ottenere un momento di sollievo. Un rallentamento del ritmo di un nemico che gioca sempre a tambur battente. E che, negli ultimi anni, ha sconfitto tanti calciatori: Stefano Borgonovo, Gianluca Signorini e altri. Lo chiamano il male degli sportivi per questo e perché fu un giocatore americano di baseball, Lou Gehrig, a rendere tristemente celebre la Sla nel mondo.
Qualche tempo dopo questa vicenda, Maria Pia segnalò al “Tirreno” un altro disservizio, legato al concerto a Lucca dei Rolling Stones. Poi non rispose più ai messaggi. E nonostante oggi si debba prendere atto che lei non c’è più, uno se la immagina ancora lì, nella villa con il suo cane e la motoretta che aveva preso per spostarsi, il volto fiero e fascinoso, di chi avrebbe potuto tutto e invece, improvvisamente, quel tutto se lo è visto negare. La pallina è finita nel suo campo e a lei, che non poteva più andarla a raccogliere, non è rimasto altro che posare la racchetta. Il gioco è finito, non la lezione di stile e su cosa conti davvero nella vita.
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