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La promessa dei giovani: «Noi sapremo essere migliori»

Donatella Francesconi
La promessa dei giovani: «Noi sapremo essere migliori»

Scuole superiori di Viareggio in campo, con spettacoli,  musica, letture e soprattutto tanta voglia di cambiamento

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Donatella Francesconi

viareggio. Lei aveva 26 anni nel 2010, quando fu uccisa a Terracina dall’ex fidanzato che contro di lei sferrò 66 coltellate. Lui ne ha solo 18 quando, a Viareggio il 25 novembre 2021, ne ricorda la storia grazie al lavoro fatto in classe, quinta liceo Scientifico “Barsanti e Matteucci”. Lei si chiamava Emiliana Femiano, lui si chiama Lorenzo Sasso, uno dei tre soli ragazzi in una classe che conta 12 studentesse. «Entrare così nello specifico nel punto di vista della donna uccisa è un’esperienza alienante», racconta Lorenzo al Tirreno nel giorno in cui il lavoro fatto in classe è diventato pubblico grazie all’iniziativa organizzata in piazza Campioni da coordinamento donne dello Spi-Cgil, Provincia di Lucca e con la collaborazione della Casa delle donne di Viareggio. «Non è possibile immaginare una persona in una situazione del genere. Ti fa sentire fuori dal mondo», sono le parole, dirette, di Lorenzo. Matteo Marchesi, stessa classe, ha portato in piazza la storia di Juana Cecilia Hazana Loayza, sgozzata a 34 anni a Reggio Emilia dall’ex fidanzato, il 20 novembre scorso: «Il primo pensiero che ho avuto? Sbalordito», racconta, «perché mi rifiuto di pensare che possa trattarsi di gesti considerati naturali, normali». Parole dettate dal lavoro fatto in classe, con l’insegnate Chiara Sacchetti, iniziato dalla lettura dei titoli dei quotidiani relativi ai femminicidi. Matteo è ottimista, con forza: «Io credo che per la nostra generazione e le future tutto questo possa diventare davvero solo un brutto ricordo. Le generazioni di coloro che hanno tra i 40 e i 60 anni oggi, in fondo, sono state educate dai loro nonni e dai loro genitori in un mondo in cui certi atteggiamenti nei confronti delle donne erano considerati normali. Oggi stiamo andando a migliorare».

In classe – tre maschi e 12 studentesse – «non ci sono tensioni», raccontano a una sola voce i due studenti dello Scientifico. E Lorenzo ci tiene a specificare: «Io proprio non riesco a immaginare un mondo in cui vengo tratto diversamente da una ragazza». Così, nella giornata di pioggia buia a un passo dal mare si accende il faro della speranza.

Mentre da un angolo della Passeggiata si levano il suono della chitarra e le voci toccanti e decise dei ragazzi e delle ragazze del liceo Classico/Linguistico “Giosuè Carducci” di Viareggio. La classe quarta CL ha messo in scena una performance in ricordo di Franca Viola, prima donna a rifiutare il matrimonio riparatore, a soli 17 anni nella Sicilia del 1965. Al fianco degli studenti, le insegnanti Alberta Stefanini e Sandra Lucchesi.

Sulla piazza, luogo di ritrovo dei giovanissimi, si succedono gli studenti del Nautico “Artiglio” (classe quinta ACN, Cesare Betti, Francesca Bicicchi, Tristan Bonini, Giorgio Andrea Brio, Matteo Cateni, Vittoria Catuogno, Antonino D’Angelo, Alen Doraci, Michael Morini, Andrea Pavero, con le insegnanti Elsa Manuela Pilan e Artura Fiesoli). In classe le ragazze sono solo due, situazione rovesciata rispetto alla quinta dello Scientifico e al microfono si alternano Francesca e Michael. I due studenti mostrano il cartellone realizzato, con 57 nomi di donne uccise e la frase “Se picchi una donna sei un buffone” verso di una canzone di Luca Bassanese.

Poi, prende la parola Michael, volontario della Misericordia che fa anche servizio sulle ambulanze: «Ricordo una notte di un anno fa, quando mi sono trovato di fronte a una situazione che non c’è corso di formazione, non c’è realtà immaginata che possano insegnare ad affrontarla». Quando l’ambulanza arriva a destinazione, sul posto ci sono già i carabinieri: «Un uomo sanguinava dalla testa e continuava a urlare di tutto nei confronti di una donna seduta dentro una roulotte che piangeva. Per difendersi dall’uomo gli aveva spaccato una bottiglia in testa. All’apparenza non sembrava ferita, ma sotto il maglione invece aveva lividi e sangue».

Il giovanissimo volontario va avanti nel ricordo e sembra di vederlo, lì in quella notte, appena ragazzo di fronte alla realtà più cruda: «Abbiamo cercato di dirle che sarebbe stata aiutata, che nessuno l’avrebbe discriminata. Ho provato anche a insistere. Ho spiegato che il Pronto soccorso ha un percorso apposito per le donne vittime di violenza. Ma lei non voleva, si chiuse dentro la roulotte. Abbiamo solo fatto in tempo a medicarla, mentre l’uomo continuava a gridarle contro di tutto». L’aggressore viene portato via dai militari e ai soccorritori non resta che andarsene. «Qualche tempo dopo ho saputo che quella roulotte era andata a fuoco e dentro non avevano trovato nessuno. E di quella vicenda non ho saputo più niente», conclude Michael, ancora visibilmente emozionato dall’esperienza vissuta.

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