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Mariconda in tv racconta la sua guerra alla mafia
viareggio. Oggi primo dirigente della polizia di Stato, alla guida della Divisione polizia amministrativa e dell’immigrazione della Questura di Mantova, ma fino al trasferimento dirigente del commissariato di Viareggio dove ha lasciato il segno: Marco Mariconda è stato tra i protagonisti della trasmissione televisiva “Cose nostre”, andata in onda su Rai1 mercoledì sera e dedicata alla vita e all’omicidio di mafia che ha stroncato la vita di Livatino nel settembre 1992. Dal maggio di quest’anno il “giudice ragazzino” è stato canonizzato beato.
Ad Agrigento in quegli anni nei panni di ispettore, Mariconda racconta di fronte alle telecamere: «Una sera al mio telefono di casa mi chiamò Giuseppe Croce Benvenuto e mi disse che se non smettevo di seguire i suoi familiari mi avrebbero ammazzato. Io risposi “fai quello che vuoi”», racconta Mariconda. Il quale, poco prima della telefonata, aveva incontrato per strada il padre di Benvenuto e gli aveva spiegato che se il figlio si fosse costituito, questo passo avrebbe aperto una opportunità per un giovane che a soli 24 era tra i latitanti considerati più pericolosi, ricercato anche per l’omicidio del giudice Livatino.
Arrestato a Fiumicino, Benvenuto diventa collaboratore di giustizia: «Il contributo di Benvenuto per noi ha rappresentato una grossissima svolta nella storia della mafia agrigentina di quegli anni. Lui ha iniziato a raccontarci tanti fatti di sangue, è stato lui a attribuirseli e a chiarirci una trentina circa di omicidi». Una collaborazione – grazie al filo lanciato da Mariconda – che porta a chiarire anche l’omicidio Livatino, esecutori e mandanti. Omicidio dal quale Benvenuto si è sempre dichiarato estraneo. Da dirigente della Squadra Mobile di Agrigento, Mariconda andrà fino in fondo, coordinando le indagini che hanno portato all’arresto, in Canada, dei responsabili dell’omicidio.
D.F.
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