Italia
Storie di donne, storie di speranze: Ritanna Armeni a Palazzo Mediceo
La giornalista e scrittrice presenta il suo ultimo libro, un viaggio «senza nostalgia» nel Sessantotto
Giornalista, scrittrice, conduttrice: sempre nel segno delle donne. Fin dagli esordi quando comincia a muovere i primi passi come collaboratrice della rivista dell’Udi Noi donne agli anni della fondazione de Il Manifesto grazie al quale fa il suo ingresso ufficiale nel mondo della carta stampata per poi approdare in Rai. Ritanna Armeni cresciuta professionalmente al fianco di mostri sacri come Rossana Rossanda, Lidia Menapace, Luciana Castellina, ma anche Valentino Parlato, Lucio Magri, Luigi Pintor diventa, suo malgrado, una penna al servizio delle donne.
Una mission, quella di uno sguardo sempre rivolto al mondo femminile, che caratterizza da sempre il lavoro di Ritanna Armeni…
«Una mission che non ho propriamente voluto, ma che invece ho perseguito, prima con il cuore e poi con il cervello».
Anche i suoi ultimi libri sono storie di donne…
«Proprio così: Mara, una donna del Novecento (Ponte alle Grazie) è sì la storia di una ragazza di tredici anni che resta infatuata dalla figura del Duce ma è anche il racconto delle donne durante il ventennio fascista in Italia. Oppure la vicenda sentimentale di Inessa Armand, donna affascinante che diventerà l’amante di Lenin in Di questo amore non si deve sapere fino a Rosa, protagonista dell’ultimo romanzo Per strada è la felicità (libro che sarà presentato stasera alla seconda serata di Trame, ndr) che si trova ad affrontare il Sessantotto e a scendere in piazza con i ragazzi del movimento studentesco. Tutti capitoli comunque di una biografia ideale che si è venuta delineando con forza e caparbietà».
È difficile ancora oggi occuparsi di donne?
«Soprattutto è difficile occuparsi di donne senza occuparsi di sentimenti. Il libro che ha per protagonista Rosa non è un libro nostalgico sul Sessantotto: è molto moderno, come moderna è la figura di Rosa Luxemburg con cui la ragazza si confronta quotidianamente e costruisce la sua identità. È un’occasione di crescita e maturazione proprio dalla dialettica continua sui grandi temi dell’amicizia, della solidarietà, della collaborazione, delle speranze condivise, dell’amore. Sono anni generosi in cui i giovani speravano di cambiare il mondo».
Non possiamo dire la stessa cosa per le nuove generazioni che si sono trovate a vivere un periodo buio…
«Non posso che sperare che finisca presto. Siamo in un’epoca rovesciata dove vince l’isolamento e la paura di stare con gli altri, dove i sentimenti si atrofizzano. Un tempo buio in cui si sono persi due anni di costruzione della personalità, della coscienza sociale, di emancipazione della famiglia, della stessa produttività. E per fortuna ci sono stati i social, con i quali non mi sento di essere critica: anzi in questa situazione hanno agevolato la possibilità di comunicare».
Social e nuovi modi di comunicazione che però hanno minato e messo in crisi i giornali…
«In effetti è una crisi strutturale, il desiderio di informazione viene soddisfatto in altro modo e i giornali non sono stati in grado di rinnovarsi e coprire altri terreni. Anche le grandi testate continuano ad esprimere le idee dei loro opinionisti che sono sempre e solo uomini e con i capelli bianchi: è evidente che i giovani non possano ritrovarsi nei loro editoriali, così si rivolgono ai social più democratici».
E le donne giornaliste che ruolo hanno in questo panorama editoriale così diverso?
«Le donne hanno cominciato a ritagliarsi degli spazi più consistenti purtroppo quando i giornali hanno perso d’importanza e hanno ceduto il passo all’avanzata prima della tv poi dei social. Quando io frequentavo Montecitorio come cronista parlamentare eravamo tre, forse quattro giornaliste donne.
Oggi il numero è più consistente, ma i tempi sono peggiori. E sembra inevitabile: quando si paga poco, quando occorre maggior flessibilità, si ricorre alle donne che hanno comunque voglia di andare avanti. Del resto è noto le donne, si dice, chiudono gli occhi ai morti».
Sono lontani i tempi della fondazione de Il Manifesto che lei ha vissuto…
«Avevo 20 anni e vivere l’esperienza fondativa del quotidiano a fianco di mostri sacri della sinistra e del giornalismo e soprattutto di tre donne del calibro di Rossanda, Castellina e Menapace mi hanno insegnato una grande forza femminile ancor prima che cominciasse una riflessione effettiva sul femminismo. Sono stati modelli fondamentali: Di Rossana mi piaceva il suo essere intellettuale critica fino in fondo; di Luciana il suo essere un modello di donna totalmente libera; di Lidia la capacità di essere coerente pur nel cambiare idea. E a rafforzare il tutto hanno contribuito gli insegnamenti professionali e umani di Pintor, Magri, Parlato fondati non sulla gerarchia ma sull’autorevolezza».
Che cosa le è rimasto di quell’epoca che custodisce come una gemma preziosa?
«L’aver imparato l’importanza di avere una visione critica del mondo, a non vedere le cose come gli altri ce le fanno vedere».
Vale anche per le notizie che arrivano dall’Afghanistan?
«Esatto. Le donne afghane erano oppresse anche 10 anni fa, anche un anno fa. Il burqa lo hanno sempre portato: ci viene raccontata un’ipocrisia in un’ottica maschile».
Pensa che sia possibile fare qualcosa?
«Toccherà ancora una volta alle donne fare quello che in questi anni gli eserciti occidentali non sono stai in grado di realizzare in dieci anni».
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