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«Quei bambini di Gricignano isolati nel loro dialetto nelle scuole torrelaghesi»
La testimonianza di un’insegnante dopo le affermazioni del magistrato Cesare Sirignano riportate dal Tirreno
fa discutere
Parole che hanno colpito chi da tempo vive soprattutto la realtà torrelaghese quella del magistrato campano Cesare Sirignano, presente a Firenze alla presentazione del dossier sulle mafie in provincia di Lucca messo insieme dalla Fondazione Caponnetto. «Quando iniziarono le indagini nel 2010/ 2011», ha ricordato il magistrato «molto mi colpì il fatto che in 30 anni si erano trasferiti a Torre del Lago e Viareggio migliaia di cittadini di Gricignano di Aversa. Sarebbe stato utile fare un censimento, verificare quanti avevano diritto di voto». Perché la quantità di arrivi – a detta di Sirignano – fa prefigurare una ipotesi di condizionamento del voto, della attività della amministrazioni comunali, della scelta dei sindaci. e della gestione dei fondi regionali.
Affermazioni, riportate dal Tirreno di ieri che non hanno mancato di far discutere. Più o meno intorno ai primi anni Novanta, ai tanti in soggiorno obbligato, iniziano ad aggiungersi i nuclei familiari. Le scuole di Torre del Lago – è il ricordo di chi vi ha lavorato – «accoglievano in una percentuale del 40-45 per cento bambini e bambine di genitori e nonni che provenivano proprio da Griciginano di Aversa». Oggi siamo alla terza generazione, ormai cresciuta, che viaggia oltre i vent’anni.
Bambini – è ancora il ricordo – «le cui famiglie non avevano niente», vivevano in alloggi di fortuna, sostenute dalla collette che venivano organizzate tra le mamme dei compagni di scuola, perfino per il materiale scolastico e i grembiuli. «Famiglie che arrivavano in queste condizioni e che in un paio di anni già avevano avviato una propria attività fiorente. Senza che si riuscisse a capire come avevano fatto».
Bambini e ragazzi accomunati da una caratteristica costante: «Un attaccamento “patologico” al dialetto campano che è un vero e proprio mezzo per fare “clan”, per isolare e isolarsi».
Padri, zii, fratelli maggiori lavoravano tutti nelle ditte di costruzioni create appositamente: «Ancora oggi la mattina presto si vedono passare i camioncini dalla piazza di fronte alla chiesa, sulla Aurelia, o davanti a diversi bar sul viale Marconi per caricare persone che vengono indicate lì per lì» come destinate a lavorare almeno per quel giorno. Perché il caporalato non muore mai. A differenza di chi ne è vittima. —
Donatella Francesconi
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