Il Tirreno

Versilia

la forte che fu 

Torna a vivere il ricordo di don Janni Sabucco e la sua fuga da Fiume

Franco A. Calotti
Torna a vivere il ricordo di don Janni Sabucco e la sua fuga da Fiume

Le tracce della sua storia sono online grazie agli studi dell’associazione degli italiani scappati dall’Istria

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FORTE. Il 26 giugno saranno vent’anni dalla scomparsa di monsignor Janni Sabucco, che fu parroco al Forte, dalla fine degli anni ‘50 fino alle soglie del Duemila. Un grande osservatore dell’animo umano, temprato dalla vita, ma anche uomo di grande cultura che al Forte fece subito amicizia con i grandi della letteratura e dell’arte che bazzicavano il “Quarto Platano”, divenendone lui stesso coprotagonista.

A rinnovarne ora il ricordo storico, soprattutto dei suoi anni trascorsi come vice parroco a Fiume, è il blog di Elio Varutti (https://evarutti.wixsite.com/website) “Italiani di Fiume, preti, Ozna e le carceri titine. Don Janni Sabucco esule a Pisa” un interessante studio realizzato sotto l’egida dell’Anvgd di Udine, l’associazione che rappresentante gli italiani fuggiti dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia al termine della seconda guerra mondiale sotto la spinta della pulizia etnica delle milizie jugoslave e lo spettro delle foibe.

Chi l’ha conosciuto qui al Forte ha sempre saputo poco dei giorni che don Janni visse a Fiume, tra il 1939 e il 1948, nella parrocchia del Santissimo Redentore, di cui non parlava volentieri. Forse l’unica volta che lo fece pubblicamente fu quando, nell'ottobre del 2000, il consiglio comunale lo festeggiò per i suoi 50 anni al Forte: «Mi denudarono prima di cacciarmi da Fiume - raccontò commosso - e lo fecero fare da una donna per maggior spregio al sacerdote».

Dalle ricerche, che sono oggi pubblicate anche sul sito ufficiale dell’Anvgd, quel periodo riemerge però in tutta la sua drammaticità. Secondo le testimonianze raccolte da Varutti, don Janni che l’aveva esortato invano a fuggire, fu l’ultimo a vedere in vita il senatore Riccardo Gigante, grande amico di D’annunzio, già sindaco di Fiume e prigioniero dei partigiani comunisti che lo condussero a Castua, dove verrà ucciso. Lo vide risalire via Trieste, seminudo, coi polsi sanguinanti legati con il filo spinato dietro alla schiena.

Ed è sempre don Janni a emergere come testimone involontario della pulizia etnica degli italiani: dai notabili di Fiume agli «spauriti carabinieri italiani, denudati e con i polsi legati col filo di ferro dietro alle spalle che salgono la lunga via Trieste, colpevoli solo di indossare panni militari». E naturalmente si ricordano anche le sue vicende personali: l’arresto, l’umiliazione e la tortura - uno stringente interrogatorio durato più giorni con una lampada fissa davanti agli occhi, che gli causerà un grave danno – ma si rievocano anche le sue messe, nel 1947-1948, a cui partecipavano sempre due agenti dell’Ozna in borghese, per controllare cosa dicesse nelle omelie in lingua italiana. Il tutto fino alla metà di marzo del’48 quando don Sabucco passò il confine a Basovizza subendo una «umiliante visita» dei titini.

«Dal 1944 al 1948 – ricorderà - sono passato attraverso il terrore; ne sono uscito che pesavo 46 chili. Bisogna sapere cosa voglia dire il suono del campanello di casa dopo le dieci di sera». E così arriva in Toscana – come documenta ancora l’interessante ricerca dell’Anvgd - assieme ad altri 24 preti e seminaristi di monsignor Ugo Camozzo, ultimo arcivescovo italiano di Fiume, costretto all’esodo e quindi arcivescovo a Pisa. Sono con il giovane Sabucco anche altri preti che diverranno noti e amati in Versilia come don Clemente Crisman, monsignor Giuseppe Percich e don Oscar Perich che lo ebbe come insegnante al seminario di Fiume. Camozzo gli concederà un intero anno di riposo presso don Tilli a San Benedetto a Settimo, vicino Cascina prima di inviarlo come Cappellano al Forte, dove diverrà parroco alla morte di don Cesare Pasquali e dove resterà fino alla fine. —



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