«Mi dissero di non denunciare Serinper per non perdere anche l’altro mio figlio»
Il racconto della mamma del piccolo investito nel giardino della struttura: «Ho sentito un urlo e poi l’ho trovato in una pozza di sangue»
Il racconto
Era il 29 settembre del 2014 il giorno in cui morì il piccolo “principe”, così si tradurrebbe in italiano il suo nome di origine araba. Aveva soltanto 18 mesi, gattonava nel giardino di Casa Sonrisa, a Massarosa, una delle strutture protette per madri e figli, gestite dalla cooperativa Serinper. Fu un incidente, ma forse si poteva evitare.
«Era pomeriggio, una giornata come tante altre – ricorda la mamma del bambino-. Sveglia alle sei di mattina, colazione con i bimbi già lavati e vestiti, inizio dei turni di lavoro. Non era una vita facile, ci trattavano come schiave, non ci davano da mangiare, i bambini avevano sempre fame».
La sera, alle 21, racconta la donna al Tirreno «chiudevano la cucina con un catenaccio, dovevo preparare il latte nei biberon anzitempo e spesso durante la notte diventava acido. Così ero costretta a sfamare mio figlio, con una pena nel cuore mentre mi guardava con i suoi occhioni e beveva quella schifezza solo perché gliela stava dando la sua mamma. Promisi a me stessa che non avrei mai più sopportato. Ma non ci fu tempo. Con mio figlio parlavo francese, era piccolissimo, non riusciva a dire molto. Non ricordo più quale fu la sua ultima parola prima di morire. Ho raccontato questa storia mille volte, a carabinieri, giudici, procuratori, assistenti sociali e psicologi».
Quel giorno lei lasciò il figlio in giardino a giocare con una educatrice, un’altra bambina e un’altra mamma. «Io dovevo preparare il caffè per alcuni operai; facevo avanti e indietro dalla cucina», ricorda la mamma del piccolo.
Rientrò un’ultima volta, «il tempo di lavare tre tazze, sentii urlare, mi sentii chiamare. Percepii qualcosa al di là della confusione, come se mi avessero sparato al cuore».
Corse dritta verso il giardino, e lo vide a terra, pieno di sangue. «Qualcuno mi urlò di non toccarlo, ma io mi gettai su di lui, lo girai, aveva qualcosa in bocca, usciva sangue ma non capivo da dove. Sono sicura che fosse ancora vivo, gli occhi si mossero, mi guardò, mi vide. Ci guardammo. Chissà cosa avrà pensato. Sentivo la gente che chiamava aiuto. Mi portarono via, arrivarono i soccorsi. Fino a molte ore dopo non capii, non seppi che era morto. Vidi che lo coprirono con un telo verde scuro, pensai fosse per preservarlo dal freddo».
I suoi ricordi da quel momento sono più sfuocati. «Ricordo che mi portarono dai carabinieri, che mi fecero molte domande; ricordo che la notte in cui morì mio figlio non vollero farmi stare da sola, per paura che mi facessi del male o ne procurassi a chi lo aveva investito. Ricordo che uno dei titolari della Serinper venne da me e mi chiese se mio figlio, di 18 mesi, avesse mai manifestato desiderio di morire, istinti suicidi. Capii che avrebbero fatto di tutto per sottrarsi da ogni responsabilità, quando controllare i bambini della struttura era loro preciso compito. Ricordo anche che mi sentii male, che ebbi bisogno di cure ospedaliere, e che mi ricoverarono poi in psichiatria».
La donna racconta ancora che «quando venni accusata della morte di mio figlio mi resi conto anche che non poteva esserci pace per donne come me. Non capii nulla di quel processo, mi dissero rito abbreviato, non sapevo neanche cosa fosse; accettai, mi suggerirono di non denunciare nessuno della Serinper perché rischiavo di perdere anche il mio secondo figlio. Mi fidai».
Dice che si è sentita «trattata sempre come una povera pazza, inadeguata, incapace di prendermi cura dei miei bambini; sempre un passo indietro agli altri, agli assistenti sociali, alle educatrici, agli psicologi. Sempre sola, mai aiutata. Oggi, che qualcuno mi ascolta, chiedo che venga fatta giustizia». —
Manuela D’Angelo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
