Italia
Le Pinete, il “cuore verde” della città che sta morendo
I pini cadono come birilli ma anziché sana manutenzione si fa abbattimento «I parchi urbani vanno considerati come tessuto urbano e non aree estranee»
Adolfo Lippi
Viareggio ha un “cuore verde”. Possiede due spazi straordinari, a levante e a ponente. Una volta si chiamavano pinete. Adesso i pini, chissà perché, cadono come birilli. Dovrebbero ripiantarne di nuovi. Semmai ripiantano querce. Sicché presto i due spazi si dovranno chiamare "Quergete", con la "g" dolce come la pronunciano in alta Versilia.
Che le pinete decadano se ne vanno accorgendo i viareggini poiché vi sono strade, come via Antonio Fratti o la via Zara, spesso chiuse al traffico da “caprette” o “transenne”. Si vieta il passaggio perché, ad ogni ventata, vien giù un pino secolare e si rischia la testa. Allora in quelle zone è tutto un affiorare di tronchi abbattuti. Non si fa manutenzione, si fa abbattimento. I pini sono vecchi? I pini non reggono più il libeccio? Fatto è che Viareggio rischia di perdere il suo “cuore verde” e se si cammina sul viali interni ai parchi si vedono ovunque le case di qua e di là. Una volta si vedevano macchie frangivento e siepi odorose. Adesso la pineta, in specie quella di ponente, è servile a cento iniziative commerciali, vi si svolgono fiere e mercati e l'ombra dei pini è diventata un miraggio sicché gli anziani in estate, che si riuniscono a centinaia sulle panchine, rischiano di arrostire.
Per il levante non passa giorno invece che non si inventano degli interventi invasivi, la pista ciclabile, il tormentato "asse di penetrazione", la muratura dell'esistente, facendo rammentare i mai amati Borbone che, come noto alla storia, si impossesseranno della pineta per farne maneggio di cavalli e toccò poi al fascismo tantissimi anni dopo, segretario Turati, restituirla alla città che, riconoscente, mise una lapide sul viale dei tigli.
Si può allora sollevare una questione pineta? Ne parlo diffusamente con alcuni noti intellettuali viareggini che in un modo o nell'altro si sono occupati di quel meraviglioso patrimonio pubblico.
Antonio Dalle Mura, presidente di Italia Nostra mi mostra un “libro bianco sulla pineta” che è« di dieci anni fa. Denunciava il depauperamento del verde, ma siccome niente o quasi è stato fatto per provvedere, il libro vale anche per l'oggi. Secondo lo studio dell'ingegner Dalle Mura vi è una colpevole diffidenza verso il pino che, a parere di alcuni, non sarebbe autoctono e quindi non meriterebbe manutenzione e cura. Mentre la pineta andrebbe semmai ri-naturalizzata (sempre secondo taluni) con lecci, pioppi, eucaliptus, tralasciando tutta quella cultura del pino che, secondo Dalle Mura, accomuna da duecento anni in qua poeti come Eric Maria Rilke (che scrisse nella pineta viareggina stupendi racconti) e scrittori come Mario Tobino, Massimo Bontempelli, don Sirio Politi, Pietro Ghilarducci, Ardendo Soffici, che si entusiasmarono al “verde” tant'è che quando il poeta Enrico Pea, volendo costruire un teatro in zona Marco Polo, l'allora sottosegretario della Pubblica Istruzione, Rosadi (ministro Benedetto Croce), gli intimò di non segare anche solo un albero, poiché, scrisse «i pini sono sacri». Conservatorismo?
Antonella Serafini, nota studiosa dell'urbanistica e dell'arte in Viareggio (non solo) sullo scempio della pineta dice: «La pineta di ponente ci è giunta intatta grazie ad una strenua battaglia che la Sovrintendenza, giusto un secolo contro vari progetti edificatori, si impedì che fosse riempita di villette come accadde invece a Milano Marittima, ma si impedì anche che vi fosse costruita una chiesa. Niente doveva alterare il suo equilibrio. Bisogna considerare le pinete e i parchi come parte integrante del tessuto urbano e non aree estranee».
Purtroppo, negli anni tra il '60 e il '70, l'integrità della pineta di ponente venne attentata dalla famigerata operazione "città giardino". Al posto dei pini, per vari ettari, vennero innalzati brutti casermoni da quartiere popolare. E tutt'ora la marina ne è soffocata. Però l'operazione se non altro servì a mettere in guardia (neanche tanto, vista la cementificazione selvaggia dell'ex campo d'aviazione). E la pineta di ponente ancora miracolosamente esiste.
Dice Enrico Dei, storico dall'arte viareggina e noto enciclopedico e cultore di Lorenzo Viani: «Da piccolo nei pomeriggi estivi la mia mamma portava me e mio fratello in pineta. Da grandicello ci andavo a giocare a pallone. Da felice genitore portavo i miei figli all'ombra delle chiome dei grandi pini, era una gioia. Con loro vivevo i ricordi della mia infanzia. Oggi da nonno ripercorrendo quelle strade e mi chiedo dove siano finiti i maestosi pini mediterranei, mi guardo attorno e vedo pochi esemplari storti, nessuna palificazione a contenere un'eventuale caduta; i fossi ricoperti di foglie ed erbacce. Questa non è la mia Viareggio. Dov'è finita, mi chiedo? Come si può fermare lo scempio? Che delusione vedere i ricordi svanire da una cruda realtà».
Alessandro Tofanelli, artista, pittore, regista che ha dedicato al bosco di levante (egli vive dentro i1 parco Migliarino San Rossore) decine di opere tra quadri e documentari e film bellissimi dice: «Per accorgersi di quanto sta accadendo in pineta, basterebbe possedere un cane e seguirlo. La realtà balza agli occhi ed è negativa. Da una parte i cambiamenti climatici non aiutano perché non piove quasi più e la terra, nonostante sia stato fino a ieri inverno, è secca. Poi però si sono compiuti errori umani. Non si fanno potature come si dovrebbe. Il bosco è vecchio. Una volta gli uomini che salivano a raccogliere i frutti per i pinoli potavano i rami secchi, adesso le macchine scuotono senza rispetto. Gli alberi vanno seguiti, annaffiati, curati. Gli animali che si sono moltiplicati divorano i germogli. Le piante ne soffrono. Errori si commettono anche nel ripopolamento. Prima i pini si piantavano dal seme, adesso si mettono a fittone piante già cresciute, cosicché su dieci, nove seccano e solo una si salva».
L’amarezza ormai, quando di parla di pinete, sia quella di pertinenza comunale a ponente, che quella di pertinenza del parco a levante, emerge incontenibile. Possibile che questo “cuore verde” si vada a spegnere? In un vecchio libro “La nascita delle pinete” scritto e raccolto dal senatore Giovanni Pieraccini, che definì i boschi «luoghi sacri alla bellezza», Serafini raccolse le immagini dedicatorie di tanti artisti: da Lorenzo Viani a Mario Marcucci, da Murri a Mario Francesconi, da Lino Mannocci a Giuseppe Biagi, da Pardini a Moses Levy, da Paltrinieri a Chini a Beconi a Santini a Di Giorgio.
Gli artisti smaniarono per le pinete. I tanti tronchi tagliati ed abbandonati lungo la via Buonarroti, la via Fratti, il viale dei Tigli, potranno ancora ispirare poesia. E non tragedia. —
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