Il Tirreno

Versilia

Noi, utenti del Pca a cui non è garantita la riservatezza

L.B.

Lettera inviata all’assessore al sociale «Esposti agli sguardi quando arriviamo» 

3 MINUTI DI LETTURA





il caso

Il loro, spiegano, «è un problema di sensibilità emotiva: per risolverlo serve un esborso non di soldi, ma di cuore».

Claudia, nome di fantasia, è utente del Pca, la struttura di via Stagi, nel centro storico cittadino, che segue oltre un centinaio di persone con problemi di dipendenza. Di recente Claudia ha scritto una lettera all’assessora al sociale, Elisa Bartoli, sollevando una problematica, che accomuna molte persone che frequentano il Progetto comunità aperta: il rispetto della privacy.

«La planimetria del Pca prevede due ingressi: il primo che si affaccia su una corte quasi privata; il secondo, invece, su via Stagi, una delle strade più centrali del paese. Non importa a quale gruppo appartenga il paziente del Pca di cui stiamo parlando – sottolinea Claudia – trovo che non vedere rispettare la sua privacy mentre entra in un ambulatorio medico, sia semplicemente un’ingiustizia. Parliamo oltretutto di un settore in ambito clinico particolarmente delicato. È illogico sostare in fila, in attesa, su via Stagi, una zona dove capita di incontrare persone che conosciamo, persone che conoscono le nostre famiglie, che frequentano i luoghi in cui lavoriamo e che potrebbero ricrearsi di noi tutti, un’immagine che in un attimo andrebbe a vanificare gli sforzi che facciamo per ricostruirci una vita, comportandoci in modo corretto».

«Probabilmente, e forse anche giustamente, perché no, dopo un incontro del genere, potremmo essere valutati solo per la posizione in cui siamo stati visti collocati e non più per quello che siamo. E a chi obietta che il problema è solamente nella nostra testa, rispondo che questo problema invece esiste, che la tossicodipendenza c’è, che a dipendenza fa parte della società e deve essere affrontata. A nome della sottoscritta, ma credo anche degli altri utenti, chiedo il rispetto della delicatezza dei temi affrontati all’interno del Pca con il ripristino della porta di accesso all’ambulatorio, quella della corte con vista su via Oberdan: uno spazio più consono. . Se sono necessarie delle firme, mi impegno personalmente a raccoglierle. Ci sentiamo già abbastanza abbandonati, la sede è promiscua la continuità del servizio – aggiunge Claudia – è in bilico, sono stati dimezzati gli orari di erogazione, è rimasto solo un medico psichiatra, abbiamo perso ore per colloquiare con la psicologa, è arrivato il momento di fare un piano per discutere il futuro di questo centro, importante per la comunità e per noi utenti».

Ma per riaprire quella porta secondaria servirebbe un supporto di personale, per evitare assembramenti, che il Pca non ha in dote visto che è alle prese con seri problemi economici.

Da anni, da troppi anni, si parla infatti della necessità di una sede nuova e di una sostenibilità economica, garantita dagli enti, che però non si è mai del tutto concretizzata. Tante parole, ma, alla fine, pochi fatti. —

L.B.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il presidio

Peccioli, scatta la protesta contro l’ossicombustore: «Non siamo la discarica della Toscana»

di Redazione Pontedera