Il Tirreno

Versilia

Quando Pablito per un giorno fece il giurato al Carnevale

Simone Pierotti
Quando Pablito per un giorno fece il giurato al Carnevale

Cinque anni fa raccontò Tirreno: «Dalle estati al bagno Alfea all’esordio alla Viareggio Cup: quanti ricordi in questa città»

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Paolo Rossi e la Versilia. Paolo Rossi e Viareggio. Paolo Rossi e il Carnevale. Di questo e di tanto altro aveva parlato Pablito qualche anno fa in occasione della sua esperienza di giurato al Carnevale di Viareggio (gli fu consegnato anche un attestato come “Amico del Carnevale”) . Ripubblichiamo l’intervista che regalò al nostro Simone Pierotti nel febbraio del 2015.





Viareggio

Paolo è un bambino di Prato che ammira per la prima volta i carri del Carnevale all'età di sette anni, mano nella mano con mamma e papà. Rimane ammaliato dal clima di festa e dalla bellezza dei viali a mare, tanto da ripresentarsi con la famiglia per le vacanze estive. Quello scricciolo, nel frattempo, cresce. E nonostante all'anagrafe abbia il cognome più comune nel Belpaese diventa una sorta di eroe nazionale quando trascina l'Italia a vincere il suo terzo Mondiale di calcio nel 1982.

Paolo Rossi, l'ex calciatore di Lanerossi Vicenza, Perugia e Juventus, è tornato a Viareggio grazie al Carnevale: la Fondazione lo ha inserito tra i giurati del terzo corso mascherato. Un compito di grandi responsabilità, dice lui: «Stare in giuria al Carnevale di Viareggio è più difficile che fare tre gol al Brasile».

Proprio così: impallinare il povero Valdir Peres nel torrido pomeriggio del "Sarrià" di Barcellona fu un gioco da ragazzi in confronto al giudizio su chi sia meglio tra Lebigre o Breschi, tra Avanzini e i fratelli Bonetti. «I carri affrontano temi molto diversi, stilare una classifica è proprio un compito arduo. Tra la satira politica e quella di costume prediligo la prima, purché sia fatta bene, con gusto e garbo».

"Pablito" - questo il soprannome che gli affibbiò il ct azzurro Enzo Bearzot - riavvolge mentalmente il nastro dei ricordi: da buon toscano, Viareggio e il suo lungomare sono il locus amoenus degli anni dell'infanzia. «Alloggiavamo sempre alla ‘Pensione Angela', mentre avevamo l'ombrellone al Bagno Alfea: ho rimesso piede lì dentro a distanza di anni, è favoloso come sia cambiato poco o nulla rispetto alle mie vacanze da bambino».

Paolo, come tanti ragazzini che nascono in Italia, sognava di diventare un calciatore: «Ricordo quando una sera in Passeggiata vidi i giocatori della Fiorentina, che erano in ritiro per un'amichevole contro il Viareggio: mi ritrovai vicinissimo ad Amarildo, De Sisti, Merlo, il gruppo che vinse lo scudetto nel 1969. Avevo dodici anni, ai miei occhi sembravano dei marziani».

Qualche stagione dopo, con un po' di pazienza unita ad abnegazione e talento, il giovane Paolo ha fatto in modo di non restare un signor Rossi qualsiasi: merito anche della Coppa Carnevale, alla quale prese parte con la Juventus esattamente 40 anni fa. «Era il 1975, fummo eliminati ai calci di rigore dal Napoli agli ottavi di finale. Peccato, eravamo davvero una bella squadra: in attacco giocavo in coppia con Nicola Zanone, dietro avevamo Sergio Brio e Luciano Marangon. Il Torneo di Viareggio era per i giovani la manifestazione più bella e prestigiosa».

E se in Brasile non gli hanno ancora perdonato la tripletta che eliminò la spettacolare quanto narcisista nazionale dei vari Falcão, Sócrates e Zico («Nel 1989 ero a San Paolo e presi un taxi: quando l'autista mi riconobbe guardando nello specchietto retrovisore mi intimò di scendere immediatamente») a Viareggio è fotografato quanto i carri che sfilano: in tribuna vogliono tutti un selfie con lui. Perché, in fondo, il calcio è un po' come il Carnevale: operai, avvocati, conservatori e progressisti possono trovare un punto di convergenza nella squadra del cuore o, meglio ancora, nella Nazionale di calcio.

E le maschere dei carri sono pittoresche come i tifosi nelle curve degli stadi. "Pablito", allora, decide di segnare un gol in favore di Burlamacco: «Quello che mi impressiona del Carnevale di Viareggio è la straordinaria partecipazione delle persone. Vedo tanti volti sorridenti, gioiosi. Una giornata al corso mascherato farebbe davvero bene a tutti». —



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