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L’odissea di una famiglia tra test negati e risultati «strani»
viareggio
Una sorta di Gioco dell’oca del virus, quello in cui si è vista precipitata una famiglia versiliese, padre, madre e bambini. Ad ammalarsi di covid, l’8 settembre scorso, è stato per primo il padre. Che racconta: «Avevo un mal di testa fortissimo ed ho dovuto litigare con i medici per poter sottopormi al tampone. Mi ripetevano che non era niente». Alla fine tutta la famiglia riesce a sottoporsi ai tamponi e tutti risultano positivi.
Da lì in poi inizia la conta dei giorni di quarantena per poi poter effettuare i tamponi di controllo. «Ho tenuto le stampate», continua la testimonianza, «perché ne veniva uno positivo ed il giorno dopo negativo, alla stessa persona». Il Decreto del Governo di metà ottobre libera tutta la famiglia. Se non che uno dei piccolini, una volta tornato a scuola con tanto di tampone negativo, ha un episodio di diarrea: «Lo stesso pediatra che ai primi di settembre non voleva che il bimbo facesse il tampone, adesso neppure voleva visitarlo. E abbiamo ricominciato dal tampone». Il piccolo, però, aveva mal di pancia. «Il pediatra non voleva visitarlo e siamo andati in Pronto soccorso. Tutti a dirci che in appena due giorni dal tampone negativo e ad uno dal ritorno a scuola nostro figlio poteva essersi contagiato di nuovo». Quando il piccolino si sottopone all’ennesimo tampone ha le lacrime agli occhi: «Mi ha detto “papà non voglio morire”. Una rabbia. . . ».
A tampone negativo che conferma che il bambino aveva altro dal Covid, il padre si chiede: «E se avesse avuto qualcosa di grave? Neppure una ecografia, un esame delle urine...». Il calvario della famiglia non finisce qui. La madre, prima di ammalarsi di Covid, aveva iniziato una cura al termine della quale era prevista una visita ginecologica. Arrivati alla clinica a San Rossore, però, nessuno voleva visitarla. Ignorando che il Dpcm ci aveva tutti liberati, comunque, dopo 21 giorni e che sugli esiti dei tamponi è riportato da quanto il virus è in circolo e la relativa carica batterica». Dopo un lungo tira e molla la visita viene effettuata: «Con le finestre spalancate», racconta il marito. Che aggiunge: «Accadrà così anche a gennaio, magari quando nevica?». La considerazione è amarissima: «I bisogni di sanità non si fermano perché c’è il virus. Noi siamo stati trattati come appestati». Considerazione alla quale se ne aggiunge un’altra, condivisa da tanti costretti a casa da lunghe quarantene, buttando i dati dei tamponi e facendo gli scongiuri per un sei: «Gli unici a contattarci in 40 giorni sono stati i medici delle Usca, le unità domiciliari nate con la pandemia», così si conclude la testimonianza. «Nessuno che si sia posto il problema del nostro sostentamento. Fossimo stati gente che lavorava al nero, o disoccupati non avremmo ricevuto neppure un pacco di pasta. Neppure qualcuno che ci abbia chiesto se avevamo bisogno di pagare una bolletta, che se non sei ben organizzato a casa non è affatto semplice. Completamente abbandonati. Ho scelto di raccontare perché in tutto il sistema Covid c’è molto che non va . —
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