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Il professor Anichini e il rito dei falò: «Le baldorie restino espressione popolare»
Lunedì sera alla stazione vecchia l’unico appuntamento autorizzato dal Comune: «Ma se una tradizione viene imposta dall’alto non è più una tradizione...»
Viareggio
«Le baldorie? Se vogliamo che la tradizione sopravviva, occorre affidarla alla spontaneità dei viareggini». Parola di Franco Anichini, una delle autorità cittadine in materia di tradizioni e cultura locale. Le sue parole arrivano dopo che la decisione dell’amministrazione comunale di autorizzare una sola baldoria in città – quella che si è svolta ieri sera in piazza della stazione vecchia – ha sollevato polemiche a non finire. Specie perché accompagnata dalla eventualità di una denuncia penale nel caso di fuochi accesi senza autorizzazione. Tanto che qualcuno è arrivato a ribattezzare il “falò unico” di fianco al mercato della frutta una sorta di “baldoria di regime”. Forzature dovute probabilmente alla campagna elettorale in corso. Ma che comunque sollevano un tema reale: ovvero se sia possibile “imbrigliare” certe espressioni popolari che si tramandano da secoli nell’alveo dell’ufficialità.
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«Parlare di “baldoria di regime” – spiega Anichini, “mitico” professore del liceo scientifico ora in pensione e cultore di tutto ciò che è storia locale – mi sembra una forzatura. Quest’anno, del resto, con l’emergenza legata alla pandemia, ogni manifestazione ha subito modifiche radicali. E forse era inevitabile anche per le baldorie. Però è vero che se una tradizione popolare me la impongono dall’alto, non è più una tradizione ma diventa qualcos’altro».
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Come non far morire – anzi rivitalizzare – una testimonianza del passato? Per il professor Anichini deve esserci una mobilitazione dei cittadini per valorizzare una riscoperta delle proprie radici. «Intanto non bisogna dimenticare che si tratta di una festa che ha legami stretti con la fede, visto che le baldorie sono iniziate come forma di ringraziamento nei confronti della Madonna per la fine dell’epidemia di colera in città. Nel tempo, però, quello delle baldorie era diventato un rito che coincideva con la fine dell’estate, quando i viareggini dopo aver lasciato le loro case ai bagnanti ed essersi ritirati nella casina in fondo all’orto, potevano finalmente rientrare nelle abitazioni. Ed era diventato un momento di aggregazione. Per questo ne spuntavano ad ogni angolo di strada».
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Poi la tradizione è andata pian piano scemando. Trasformandosi in qualcosa di diverso. «Quando la gente ha cominciato a chiudersi nelle case e a “piantarsi” di fronte alla televisione – prosegue Anichini – le baldorie hanno assunto sempre meno importanza. E, soprattutto, sono degenerate. Prima si bruciavano soltanto i pinugliori, ovvero gli aghi di pino. E si restava incantati di fronte alle scintille che salivano in cielo dal falò, le famose minonne. Negli ultimi tempi si è bruciato di tutto e le baldorie sono diventate una sorta di immondezzaio. In più sono cominciati a spuntare raudi e petardi. Con tutto quel che ne consegue in termini di sicurezza».
Ben vengano, dunque, delle baldorie “diffuse” in tutti i quartieri. Purché si torni alle origini. «Se, come c’è da sperare, la città vuol riscoprire la tradizione delle baldorie, credo che i gruppi che vogliano allestirle debbano farsi avanti e individuare degli spazi idonei e sicuri dove realizzarle. Sarebbe bello che questa spinta venisse dai giovani, dai gruppi che fanno attività sociale nei quartieri. E allora sì che le baldorie tornerebbero ad avere un significato autentico. Senza la necessità di farne soltanto una ufficiale. Che sia di regime o meno…» —
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