Quel palazzo liberty che racconta due secoli di storia pietrasantina
Negli edifici ex Marmi oggi si ricorda come questo luogo sia stato segnato dal male del Novecento
Oggi, con una piccola mostra, Pietrasanta riscopre un suo pezzo di storia: nella Galleria Giovanni Bonelli, Galleria Fucina d’Arte e Lucifero Arte e Design in via Nazario Sauro, proprio in cima al ponte della Madonnina, negli eleganti edifici liberty noti come Ex Marmi, si parlerà - dalle ore 19 - dell’origine di quegli spazi con il curatore della Galleria Fucina d’Arte Alessandro Romanini. Da alcuni anni lo spazio di via Nazario Sauro è tornato allo splendore delle origini con una destinazione artistica e i suoi cancelloni di ferro battuto in liberty fiorito, ma il passato racconta tutta un’altra storia. Intanto, il fatto che un tempo lì sorgeva la chiesa della Madonna del Fiore che dà ancora oggi il nome alla salita detta “la Madonnina” in un luogo in cui oggi non c’è alcuna madonnina o spazio di religiosità. Attorno a una piccola immagine della Madonna che portava un fiore dai vivaci colori, che nonostante i rigori dell’inverno non appassiva mai, il popolo volle costruita una chiesa a tre navate inaugurata nel 1842.
Nel 1919 la proprietà fu ceduta al Comune prima che il terremoto del novembre 1920 rendesse la struttura inservibile e il Genio Civile due anni dopo ne ordinasse la demolizione. Qua inizia un’altra storia che si è voluto dimenticare raccontata dalla tesi dell’architetto Elena Pellegrinetti: nel 1920 fu la famiglia Millul ad acquistare l’area attorno alla Chiesa e nel dicembre 1922 Arturo Millul acquistava dal Comune anche la Chiesa della Madonna del Fiore per 91.000 lire: già nel 1922 erano stati costruiti un Garage da parte di Ugo Millul e un pastificio dal fratello Arturo, poi sarà la volta degli appartamenti.
L’elegante edificio in gusto liberty giunto ai nostri giorni è uno straordinario esempio di liberty industriale in cui spiccano le ricche decorazioni e tre stupendi cancelli in ferro battuto disegnati da Oreste Fabbri durante il suo periodo di insegnamento alla Scuola d’Arte, espressione di un liberty “floreale”, in cui il centrale conduceva al pastificio. Ai piani alti si trovavano gli ampi appartamenti.
Ma il fascismo avanzava e la presenza dei Millul a Pietrasanta diminuì via via con l’affermazione del regime in Italia: Enrico Consoloni parente di Carlo Millul racconta che gli affari per la famiglia Millul si erano fatti difficili in quegli anni e su di loro cadde “un grumo di sofferenza in un groviglio di persecuzioni”. Una parte della famiglia si trasferì a Siena già nel 1936. Con le leggi razziali arrivò l’impossibilità di lavorare e successivamente arrivò l’occupazione nazista e per gli ebrei l’esclusione dalla vita economica, sociale, professionale si trasformò in persecuzione e deportazione. Achille Millul, figlio di Carlo Millul e Luisa Consoloni nato a Pietrasanta il 30 ottobre 1903 venne arrestato a Siena il 6 novembre 1943 e deportato il 9 novembre: arrivò alcuni giorni dopo nel campo di sterminio di Auschwitz e non fece ritorno. Liana Millul, giovanissima redattrice de Il Telegrafo, poi Il Tirreno, cambiò con la compiacenza del suo caposervizio il nome in Millu per sfuggire alle persecuzioni. Si spostò a Genova nel 1940, dove si avvicinò a gruppi della Resistenza. Venne arrestata e portata al campo di concentramento di Fossoli, da lì spedita ad Auschwitz-Birkenau come antifascista: «La mia famiglia era di Pietrasanta e prima del 1938 la parola ebrei non esisteva, c’erano solo degli italiani di origine israelita». Tornata dai campi di concentramento ha vissuto con un senso di inutilità nel raccontare le storie dei campi: «Se raccontavo che mi ero sfamata mangiando dei fili d’erba che spuntavano dalla catasta dei cadaveri, la gente mi diceva “anche noi abbiamo avuto fame”. Non potevano capire. Era inutile parlare».
Nell’aprile 1942 venne effettuata la vendita coatta della proprietà Millul al Credito Fondiario del Monte dei Paschi di Siena a seguito del dissesto finanziario della famiglia. Successivamente la proprietà passò alla Federazione Nazionale dei Consorzi Provinciali tra i produttori dell’Agricoltura e da questa società in parte alla Società Bartolucci e Francesconi, la parte del pastificio e parte degli appartamenti, e in parte a Lombardi Igino (1951).
Questa storia di emarginazione, esclusione, persecuzione è accaduta qui, a Pietrasanta, in un tempo in cui si vollero inventare le razze per dividere, catalogare, includere le persone in categorie così da costruire più facilmente un nemico. Oggi in quegli spazi vi sono mostre e si ricorda. Non sappiamo se comprendere è impossibile, come dice Primo Levi, perché tutto questo è stato ed è stato qui. Di sicuro conoscere è necessario e l’oblio è il peggiore dei mali. —
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