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Vince contro il Fisco la lite per duemila euro di multe mai pagate
Il contribuente ha portato in tribunale l’Agenzia delle entrate e il Comune di Massarosa sostenendo di non averle mai ricevute
MASSAROSA. Nel 2017 riceve una cartella di pagamento dell’Agenzia delle entrate di oltre duemila euro per alcune multe per infrazioni del codice della strada prese parecchi anni prima ma mai pagate.
Ma il contribuente, un quarantenne pugliese che in quegli anni viveva a Massarosa (dove è stato multato per le infrazioni al codice della strada), è riuscito a dimostrare di non aver mai ricevuto quelle multe. O meglio è riuscito a dimostrare che non si può dimostrare il contrario: cioè di averle di ricevute. E quindi che non è nemmeno legittimo chiedergli di pagare (in modo coattivo) ciò che non sapeva di dover pagare. Anche perché – dice lui – ormai tutto è finito in prescrizione.
Sembra una sceneggiatura di Totò ma è una storia di multe, contribuenti e fisco realmente accaduta e contenuta in una sentenza della Cassazione che si è pronunciata a metà giugno su un ricorso presentato dall’Agenzia delle entrate stessa su una causa persa contro il quarantenne. Nei giorni scorsi sono uscite le motivazioni della sentenza che potrebbe fare da apripista ad altri battaglie legali.
È il settembre del 2017 quando il contribuente pugliese che ha vissuto a Massarosa cita a comparire davanti al giudice di pace sia l’Agenzia delle entrate (che gli aveva appena inviato una cartella di pagamento di 2. 281, 85) sia il Comune, reo – a detta sua – di aver fatto multe fantasma. Secondo l’uomo infatti i verbali non gli erano mai stati notificati e, in ogni caso, «erano senz’altro finiti in prescrizione», si legge nella sentenza della Cassazione.
Il giudice di pace accoglie la domanda del contribuente e compensa le spese di lite. Il quarantenne, però, fa appello al tribunale di Lucca per la disposta compensazione delle spese di lite. Avrebbe avuto poco senso, d’altronde, pagare un avvocato per non pagare una cartella dell’Agenzia delle entrate. E il tribunale gli dà ragione condannando quindi l’Agenzia al pagamento di tutte le spese di lite. La Cassazione conferma la decisione.
«Nella fattispecie – dicono i giudici della corte suprema – il tribunale ha fatto corretta ed ineccepibile applicazione dell’insegnamento di questa corte a tenor del quale, in base al principio di causalità, la parte soccombente va individuata in quella che, azionando una pretesa accertata come infondata o resistendo ad una pretesa fondata, abbia dato causa al processo o alla sua protrazione e che debba qualificarsi tale in relazione all’esito finale della controversia. La parte soccombente va identificata – spiega ancora la Cassazione, alla stregua del principio di causalità sulla quale si fonda la responsabilità del processo, in quella che, lasciando insoddisfatta una pretesa riconosciuta fondata, abbia dato causa alla lite, ovvero con quella che abbia tenuto nel processo un comportamento rilevatosi ingiustificato».
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