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Versilia

la mostra 

Oltre l’etichetta naïf: a Palazzo Mediceo l’Eugenio Pieraccini più autentico

Adolfo lippi
Oltre l’etichetta naïf: a Palazzo Mediceo l’Eugenio Pieraccini più autentico

Seravezza rende omaggio al pittore viareggino con una ricca antologica aperta fino al 13 settembre

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É molto bella, documentata, spettacolare la mostra di Eugenio Pieraccini, messa su, per tutto agosto al Palazzo Mediceo di Seravezza dal figlio Marco, skipper e artista lui stesso. La mostra sta incontrando vivo successo. Perché Pieraccini fu un pittore accattivante, attrattivo che fu detto, frettolosamente, naif, che invece rappresentò come del resto Botero, un mondo fantastico, pittoresco, colorato, narrato in una maniera che sarebbe assai piaciuta a Federico Fellini, affabulatore onirico.

Eugenio Pieraccini era viareggino doc. Nipote di marinai solenni e avventurosi che riportavano in città non miserie e tribolazioni ma fantasie orientali e miti mediterranei. Cominciò da subito a disegnare e a dipingere. Come per la precedente generazione di artisti, quali Mario Marcucci, Renato Santini, Alfredo Catarsini, Danilo di Prete, Ruggero Sargentini, praticò, seguendo il maestro Lorenzo Viani, un'arte localistica, darsene, spiagge, pinete. Insomma quel realismo un tantino affettuoso che dava, nella poesia del porto povero e vagero, immagini di una città antica, ottocentesca, rigorosa, che poi sarebbe sfociata dalle infuocate “Giornate rosse” di antica memoria.

Ma essendo Pieraccini, carattere di impeto, ecco che presto si trasferì a Roma. Diresse una galleria d'arte, frequentò Liberatore e Santini che a Roma, con Renato Guttuso, avevano fatto sodalizio e per l'arte, prese ad estraniarsi dai temi facili del “darsenottismo” (in disfatta per l'arrivo della marineria da diporto, lussuosa e sfacciata) e si inventò temi di più vasta lettura, storie di pretini e suorine, storie di animali e foreste, insomma occhieggiò al francese Rousseau (che aveva ben convinto anche Giorgio De Chirico), con una più esaltata escursione in ogni luogo di vita, dalle lolite di facili costumi ai guardoni borghesi.

Senza dimenticare del tutto Viareggio, alla quale offrì sapide tele di capitani di mare (come suo nonno), e palombari (dal glorioso “Artiglio”), Eugenio Pieraccini si trasferì poi, nella cosmopolita Forte dei Marmi, ideò la “Marguttiana”, eppoi prese e condusse al Cinquale uno stabilimento balneare dove confluirono moltissimi artisti che soggiornavano le vacanze in riviera.

Questa mostra al “Mediceo”, che ne segue tante altre in ogni dove, è così un'antologica, dove c'è tutto Pieraccini, dai quadri ai piatti Richard Ginori, dagli smalti ai vasi decorativi.

Tanta produzione non si confonde mai. Pieraccini rimase sempre coerente, nella grafica, nelle litografie, perfino nelle poesie, al proprio repertorio con sgargianze cromatiche che tanto piacquero a Carrà, March, Arturo Dazzi, Mario Tobino, Moses Levy. Di Levy fu tantissimo sodale poiché ambedue si gustavano di colori caldi, avvincenti, assai spinti, tutto il contrario della tradizionale pittura versiliese così macerata e parca di toni.

Presentata da Ludovico Geirut, sapiente conoscitore dell'arte toscana, la mostra rappresenta centinaia di opere, dove i famosi pretini sono dominati; ma ciò che la rende proprio godibile sono, nei soggetti e nelle storie raccontate, l'ironia, la sensualità, il vitalismo. Poiché Pieraccini, uomo di mare, di ogni tipo di mare, da quello di tempesta navigato a quello addomesticato dalla balneazione, non temette affrontare, con eleganza e distacco, ogni aspetto della vita, che era vita di una colonia tutta immaginata, assai surreale, assai sudamericana (basti pensare a Frida Kahlo o García Márquez), alla quale appartengono coppie di sposini incantati, frequentatori di bordelli, scioperanti delle cave, forzuti militari ambiziosi, gatti, demoni, bagnini, vedove, fiorai, suonatori di jazz in pigiama, venditori di uccelli, pappagalli scoppianti di colore.

A Viareggio la pittura di Pieraccini piacque. Soprattutto la serie dei pretini. Molte sue opere appaiono negli studi dei più noti professionisti. Agli inizi fu abbastanza isolato, poi però lo seguirono ben diversi, ma anche loro non realisti, Aldo Ordavo, Carlo Nencini, Giovanni “Menghino” Lazzerini. Tutti accomunati nel respingere il “vianismo”, tutti protesi a darsi, come del resto a Lucca Antonio Possenti, un universo personale fascinoso, fiabesco, dove comunque trovano posto, dietro la bellezza dei colori e la satira sociale, le quotidiane vicende, i dolori, i piaceri, gli incantesimi, i sogni degli uomini e della donne, di ogni tempo. —





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