Il Tirreno

Versilia

Un albergo su cinque a rischio fallimento «In Versilia i 2 e 3 stelle»

Melania Carnevali
Un albergo su cinque a rischio fallimento «In Versilia i 2 e 3 stelle»

È l’impatto del covid-19 sull’economia nazionale secondo un’agenzia di rating Federalberghi: «Le imprese a conduzione familiare sono quelle più in difficoltà»

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viareggio

Quasi un albergo su cinque a rischio default. È l’impatto che avrà il covid-19 sull’economia italiana, secondo i calcoli di Cerved Rating Agency, una delle più importanti agenzia di rating europee, specializzata nella valutazione del merito di credito di imprese non finanziarie italiane e delle emissioni di titoli di debito. Secondo l’agenzia italiana, le imprese del turismo a rischio, quindi sia alberghi che ristoranti, oggi, con due mesi di lockdown alle spalle e una stagione incerta davanti, sono il 19 per cento del totale. Lo scenario, pubblicato ieri dal Sole 24 ore, è nazionale ma in Versilia le imprese a rischio fallimento potrebbero essere anche di più. «Tutto dipende dal patrimonio a disposizione delle famiglie che gestiscono le imprese. Se quindi hanno la capacità di reggere la chiusura, prima, e l’enorme calo di fatturato dopo. Senza dimenticare che le attività ripartiranno, quelle che decideranno di ripartire, con rigide regole e grosse responsabilità», spiega a Il Tirreno Paolo Corchia, vicepresidente nazionale di Federalberghi che a Forte dei Marmi ha un hotel quattro stelle, il President.



Una stima versiliese secondo Federalberghi è «difficile farla». Ma le strutture ricettive più a rischio default, in ogni caso, sono «i due o tre stelle a conduzione familiare» che sono circa duecento (su quattrocento) in Versilia. Queste «potrebbero non riuscire a reggere tutte le spese con le poche entrate di questa stagione. Per questo dico che dipende molto dal patrimonio di chi gestisce l’attività, come dagli aiuti dello Stato». Gli alberghi della Versilia, secondo le previsioni di Paolo Corchia, dovranno fare i conti con un calo del sessanta o addirittura del settanta per cento del fatturato. «Molte strutture hanno già deciso di non riaprire, anche perché le responsabilità sono troppe rispetto il guadagno». Anche se l’Inail ha chiarito che, nonostante il contagio da covid sul luogo di lavoro sia considerato infortunio sul lavoro (come tutte le malattie infettive), la responsabilità del datore è «ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da covid-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali» (quindi solo laddove venga registrata una grossa violazione delle regole anti-contagio), la paura della categoria è grande. «Il timore di sbagliare c’è, anche perché può ricadere su di noi la responsabilità di un eventuale contagio», spiega Corchia.



Secondo Confesercenti il numero dei ristoranti a rischio fallimento per effetto del covid sono inferiori alla stima nazionale, ma comunque non pochi. Si parla del dieci per cento circa delle attività versiliesi. Lo scorso fine settimana otto ristoranti su dieci sono ripartiti, dopo due mesi di stop totale, i clienti sono stati pochi. Venerdì e sabato sera – primo weekend di libertà – nessuno ha registrato il tutto esaurito, nonostante il taglio dei coperti. Le prenotazioni sono rimaste ferme al trenta per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. E il timore della categoria è che rimangano così ancora a lungo. A livello nazionale il 68% di chi ha riaperto ammette di aver lavorato fino ad ora in perdita, di questi quasi la metà (37%) segnala affari più che dimezzati rispetto alla normalità. Il 17% ritiene invece di aver mantenuto livelli di ricavi più o meno uguali al periodo ante-lockdown, mentre solo un 13% vede una crescita dei ricavi. Su tutti poi pesa l’aumento delle spese: in media, sanificazione e dispositivi di protezione sono costati 615 euro ad impresa. E gli aiuti vanno a rilento. Secondo uno studio di Confesercenti sui propri associati, tra le imprese che hanno fatto richiesta per le forme di credito agevolato messe a disposizione dal decreto liquidità, il 51% ha ricevuto risposta negativa. «Nonostante le difficoltà, però, le imprese non abbandonano il campo– fa sapere Consercenti –: solo il 2% progetta di tornare a chiudere in tempi brevi». —

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